domenica 1 maggio 2016

Da "La storia di Turi Giuliano" di Cicciu Busacca


<< Vinni lu primu maggiu o' me Signuri / jornu ca nun si pò dimenticari / lu jornu ca lassau tantu duluri / lu jornu ca lassau lacrimi amari / pirchì du jornu pi comu sapiti / ci fonu morti e ci fonu firiti. Quel giorno ci sono stati deci morti e vinti firiti. A Purtella Ginestra, si ci iti, truvati ancora petre insaguinati. E deci nome di morti liggiti / nta na grussa petra su stampati / 'ntanto si dissi ca fu Giuliano / ca seminau li morti in nda du chianu >>.
Alberto Mannino

domenica 6 dicembre 2015

L'Arca di Noè per navigare nel disastro

Faraone porta con se ogni specie di animale politico, la nuova speranza sono "I Coraggiosi"

Ieri si è aperta l'iniziativa Italia Coraggio! promossa dal Segretario del Partito Democratico Matteo Renzi per incontrare il maggior numero di persone possibili e spiegare l'operato del Governo. Oltre 2 mila banchetti in tutta Italia hanno inaugurato l'operazione che terrà impegnati tanti militanti fino alla sera della giornata di oggi 6 Dicembre. Anche a Palermo, in via P. di Belmonte si è dato vita all'incontro, con la partecipazione di militanti, dirigenti provinciali e alcuni regionali tra cui la nuova entrata Anselmo subito divenuta capogruppo all'ars. Ovviamente non poteva mancare il sergente Garcia del Governo Renzi in Sicilia, Davide Faraone. Con sicurezza, entusiasmo e arroganza ha pronunciato davanti ai giornalisti il suo cambiamento, la sua idea di rottamazione:"Gli iettatori si rassegnino. Rappresentiamo il 40 per cento dei cittadini e accogliamo anche chi proviene da altre esperienze. E' un segnale di novità.” Il sottosegretario all'istruzione Davide Faraone si esprime così riguardo alle polemiche relative ai numerosi innesti di personale politico proveniente dal centro e dal centrodestra, sintomo di un partito nuovo, forte, maggioritario; un partito che possa essere anche la casa dei moderati. A livello di principio tutto ciò non sarebbe nulla di così strano, prima l'Ulivo e poi il Pd sono organismi nati per creare unità tra tutte le forze del centro-sinistra e aprire quindi al popolo moderato. Ma voleva dire anche cambiare radicalmente il paese, sia nei modi che nei programmi in nome del progressismo e del riformismo del centro-sinistra. Anche Matteo Renzi ha compiuto la sua scalata con parole d'ordine come rottamazione, cambiamento contro conservatorismo. Ma lo spettacolo al quale assistiamo oggi in Sicilia è cosa ben diversa, il Pd di Faraone è cambiato si; è la Conservazione. Non si può giustificare la grande transumanza di volti politici da destra al pd come elemento di novità positivo ed elemento cardine del partito al 40 %. Il Pd alle europee ha preso questa percentuale perchè ha saputo raccogliere le istanze della popolazione, ha dimostrato di essere il cambiamento di vecchie pratiche stantie e altrettanti volti ormai usurati, ha saputo essere la speranza che questo Paese aveva dimenticato e lo ha fatto con i suoi valori e con i suoi nuovi volti nati e cresciuti nel Pd. Niente di tutto questo appartiene all'idea che qui invece Faraone da al cambiamento e alla rottamazione. La regione continua ad essere bloccata per interessi di parte delle innumerevoli correnti della maggioranza, perde giorno dopo giorno fondi europei, non riesce a scrivere più di 20 leggi l'anno (spesso molte non superano le 5 pagine), non ha idea di cosa fare per migliorare la Sicilia. La soluzione a questo non può essere costruire una grande arca di Noè in cui far entrare ogni genere di politico presente all'ars. Non era questo il Pd all'origine e non era questo nemmeno il Pd di Matteo Renzi alle europee. Dove sono i valori e i programmi, dov'è il cambiamento che tanti siciliani aspettano, dov'è la comunità che ha costruito il sogno del Pd. Ieri si è potuto assistere solo alla passerella del cambiamento per tirare a campare, per salvaguardare le posizioni di potere, per vincere a tutti i costi senza pensare al motivo per cui si merita di governare. Questa è la conservazione e in Sicilia questo rappresenta il Pd.

Nota personale

Nella foto in alto sono presente anch'io (il ragazzo biondo sulla sinistra visivamente a disagio). Ero lì per l'iniziativa Italia Coraggio! perché credo ancora che stare in una comunità, stare in un partito voglia dire mobilitarsi, sudare, faticare per l'ideale in cui si crede, lottando ogni giorno per cambiare le cose seguendo le proprie idee. Ero lì per incontrare i cittadini, ero lì come tanti altri in tutta Italia. Non ero lì per essere invischiato nella passerella del nuovo corso dei finti renziani di comodo. Mio malgrado mi vedete lì ma mi dissocio dalla gestione regionale di questo pd e dalle manovre di Faraone.

E' nata una stella

Da queste mie parole sembra che non ci sia alcuna strada alternativa da seguire, sembra ci si debba rassegnare allo stato di cose attuale, ma non è così. Esiste una speranza, esiste chi dice basta a questa farsa e vuole cambiare tutto. Sono "I Coraggiosi", movimento nato dall'azione senza precedenti del'ex onorevole Ferrandelli, ovvero le dimissioni. Atto straordinario nella nostra terra del gattopardo. Da questo primo atto ne sono arrivati tanti altri, parlo della gente che non vuole più nascondere la testa sotto la sabbia, che non si permette l'immobilismo accettando il rimorso ma si mobilità per essere quel cambiamento che la Sicilia sta aspettando. In pochi mesi questa iniziativa ha riacceso la speranza in giro per la Sicilia, aggregando persone spesso diverse ma con un obbiettivo comune, riportare la buona politica nella propria terra. La forza di tutto ciò sono le persone, i comitati nati spontaneamente sul territorio e che abbracciano la nostra terra tutta. La forza e l'integrità di queste persone, è l'esempio di cosa voglia dire essere il cambiamento, essere il centro-sinistra, essere la buona politica a contatto con le persone, il territorio, costruendo qualcosa dal basso e non seguendo gli ordini calati dall'alto. Oggi un'alternativa esiste, è ancora giovane e inesperta ma è pronta a migliorarsi per essere all'altezza dei sogni e bisogni dei siciliani, andando incontro al futuro con la conoscenza come strumento e la convinzione come forza trainante. Questo è il vero cambiamento, chi crede nella politica con lo spirito di chi osa e non del codardo che sale sul carro del vincitore, con l'entusiasmo di chi ci prova e non con l'apatia dell'immobilismo di sopravvivenza, con la responsabilità di chi ci crede e non l'irresponsabilità di chi crede solo ai pacchetti di voti. Questi sono I Coraggiosi che cambieranno il Partito Democratico siciliano.

Giorgio Mineo


martedì 1 settembre 2015

I tanti modi di essere laburisti

Dalla Corbyn-mania agli incubi di Blair

Due mondi ormai distanti bisognosi di un collegamento

Da mesi un personaggio si rigira nel letto, non riesce a prender sonno, paure e incubi glielo impediscono e lo costringono all'insonnia. Almeno questo è quello che immaginiamo riguardo alle condizioni del tre volte Primo Ministro britannico Tony Blair nelle ultime settimane. Ma quale potrebbe essere la ragione di un tale malessere, o sopratutto chi è a procurarglielo? L'origine della sua insonnia è dovuta al suo anziano compagno di partito Jeremy Corbyn, candidatosi alle primarie per la leadership del partito e in testa ai sondaggi. La prospettiva che questo anziano membro della politica britannica vesta concretamente i panni di segretario laburista, hanno spinto l'ex premier a innumerevoli interventi pubblici e ha infiammato la sua penna nella stesura di lunghe lettere di critica.

La distanza tra le parti

Tony Blair afferma che la vittoria di Corbyn porterebbe ad un ulteriore disastro, dopo la debacle elettorale di Ed Miliband nei mesi scorsi. Corbyn sarebbe un revival politico, con un programma elettorale identico a quello laburista negli anni ottanta con il quale perdeva ad ogni elezione. No austerity, nazionalizzazione di energia e ferrovie, uscita unilaterale dalla Nato, euroscetticismo. Elementi insensati secondo Blair, che definisce il tutto come il paese delle meraviglie. Dall'altra sponda, i sostenitori di Corbyn godono nel sentire le sfuriate del loro ex Primo Ministro. Le prendono come la dimostrazione di essere dalla parte giusta, la vera sinistra che si appresta a ripulire il paese dall'ingiustizia e dalla povertà. Questo perché per una grossa fetta dei cittadini britannici Tony Blair è stato un sogno tradito, un illusione, la rappresentazione della sinistra svendutasi al mercato per ottenere potere e denaro, voltando le spalle ai deboli. Stessa avversione, ma in termini differenti, è nel bagaglio dei sostenitori di Blair e dei suoi successori morali come la candidata alle primarie Liz Kendall. Queste persone vedono Corbyn e il suo seguito come degli stupidi, ingabbiati nell'ideologia e destinati alla sconfitta. Si polarizzano così due schieramenti contrapposti, destinati a combattersi fino all'estinzione del più debole. In questo campo di battaglia la ragione scompare sotto i colpi delle due parti, e il dibattito si inasprisce senza generare concrete soluzioni e alimentando l'incomunicabilità. Si rende quindi necessario, ai fini di un più sano confronto e di una migliore programmazione politica, costruire un ponte tra questi due mondi ormai lontani, attraverso un passo indietro delle parti in favore di una migliore comprensione del fenomeno al quale si contrappongono.

Ricollegare mente e cuore 

Corbyn rappresenta quella risposta al dilagare delle disuguaglianze e della povertà che attacca le contraddizioni e i limiti della società in nome della giustizia sociale. Ma allo stesso tempo una proposta è latente o almeno incompleta. Nazionalizzare energia e trasporti sembra una politica di sinistra (quella vera dicono) perché guarda al bene comune, ai cittadini e combatte il profitto privato. Ma per farlo quanto denaro occorrerebbe? Migliorerebbe il servizio? Abbasserebbe i prezzi? Risposte a tali quesiti non sono arrivate da Corbyn. Se non si dimostrerà che tale intervento sia un miglioramento delle condizioni dei cittadini allora non ha senso perpetrarla, a meno che non si voglia seguire un illusione o una una posizione ideologica. Quindi Corbyn sarebbe più a sinistra anche se i prezzi aumentassero e i servizi peggiorassero andando a discapito della gente comune; per non parlare dell'esplosione del debito pubblico necessario a finanziare l'impresa. Il punto quindi non è che con tali posizioni si perdono le elezioni, bisogna invece chiedersi: queste politiche sono realizzabili e migliorerebbero il Paese? Allo stesso modo sotto la bandiera di Blair vi sono innumerevoli problemi. Vero è che non si può e non si deve buttare via l'intera eredità di quella lunga stagione al Governo (1997-2010). Vero è che per cambiare le cose bisogna governare e quindi vincere le elezioni, ma non si può esser ciechi di fronte a quell'urlo che arriva con forza dalla società, a quel sentimento che anima i sostenitori di Corbyn. Come si affronta la crescita delle disuguaglianze, come si affronta il potere crescente della finanza e delle multinazionali, come si migliorano le condizioni dei lavoratori in un mondo diverso dal passato. E' necessario, per il bene del partito laburista e per il Regno Unito intero, che i due schieramenti si parlino, si confrontino, imparino l'uno dall'altro. Servono insieme ragione e sentimento, un piano concreto per lo sviluppo e uno per renderlo equo lottando contro l'ingiustizia della società. Una visione di sinistra nel mondo che cambia e che risponda alle sfide del nostro secolo. Solo così il Labour tornerà a vincere e a trasformare in meglio la società.

Giorgio Mineo 

mercoledì 13 maggio 2015

La caduta di "Ed il Rosso"

Confusione e incertezza, il fallimento del "radical soft" della sinistra 


Un Ed Miliband triste e sconfortato annuncia le sue dimissioni da segretario laburista
Il 7 Maggio il popolo del Regno Unito è stato chiamato alle urne per rinnovare il Parlamento e scegliere la sua guida politica. In quel giorno si è consumata la disfatta del partito laburista e del suo leader Ed Miliband, consegnando il Paese totalmente nelle mani di Cameron e dei conservatori. Se si guarda ai sondaggi svolti fino al momento prima del voto è difficile comprendere il reale risultato; un testa a testa laburisti e tory che non c'è mai stato e i liberal democratici spazzati via nel voto reale. Cosa è accaduto? I soliti sondaggi errati all'italiana? Gli inglesi hanno mentito? Per trovare la verità non possiamo dare risposte così superficiali, dobbiamo invece addentrarci nel contesto britannico analizzando la comunità e la cultura, il tessuto sociale insieme alle campagne elettorali, i messaggi e le personalità dei leader.

Cameron il razionale

 La prima risposta possibile è che David Cameron abbia convinto i cittadini con una grande campagna elettorale e con un programma di speranza e fiducia per il futuro. Beh non è questo ciò che è accaduto. Il Premier Cameron è stato molto assente durante la campagna elettorale per via dei molteplici impegni istituzionali europei, come i vertici sull'immigrazione; inoltre, anche nei momenti in cui macinava elettori sul territorio, il tory è apparso spento, stanco e privo di entusiasmo, come segnalato da tutti i giornali britannici sia di destra che di sinistra. Cameron ha vinto sulla paura e sull'inadeguatezza dei programmi e dei leader avversari. I conservatori hanno proposto agli elettori un nuovo programma di tagli, soprattutto nel sistema sanitario, un aumento delle tasse universitarie e un'inasprimento delle disuguaglianze. D'altro canto oggi la Gran Bretagna è in crescita economica, la disoccupazione è solo al 5,5% ed in continuo calo; un paese stabile che non retrocede di fronte alle potenze concorrenti e che rimane capitale del business finanziario. Perché gli elettori, soprattutto la classe media, hanno scelto un programma che colpisce i propri interessi, distruggendo il welfare? Il piano economico conservatore è apparso agli elettori come l'unica strada possibile, difficile e lastricata di sacrifici ma razionalmente era la scelta giusta. I programma antagonisti, soprattutto quello laburista, ampliavano la spesa sociale e il welfare ma non sono parsi chiari ed affidabili, aumentando la paura di veder andare in fumo i sacrifici del passato per rimettere in moto l'economia.

La confusione della sinistra

Riduzione delle tasse universitarie, finanziamenti miliardari al sistema sanitario nazionale (NHS), aumento del salario minimo, congelamento delle bollette, borse di studio per studenti meritevoli, asili nido per giovani coppie lavoratrici. Questi sono solo alcuni dei punti del meraviglioso manifesto laburista 2015, come è stato possibile per gli elettori preferire i tory ai solidali laburisti? Stavolta la risposta è semplice, il programma non è credibile. Sempre nel manifesto si legge, in premessa, che tutte le misure non saranno finanziate aumentando il debito pubblico ma anzi si prevede un graduale livellamento del deficit, come da previsione quinquennale dei conservatori. Non è stato perciò chiaro agli elettori dove il Labour aveva intenzione di trovare i fondi necessari per mantenere le promesse; si descrivevano nuove tasse sui grandi patrimoni e sulle transazioni finanziarie ma si era ben lontani dal coprire i reali costi. In questo modo i laburisti hanno lasciato i cittadini nel caos, insinuando più dubbi che prospettive, confusione al posti di decisioni chiare e precise. Insieme al piano economico fallimentare, il labour  paga le gaffe e i duri attacchi mediatici subiti dal suo leader Ed Miliband. Si ricorderà come episodio più significativo la foto del Sun in cui Miliband addenta in modo goffo e con molteplici smorfie un panino. Apice del discredito mediatico del povero candidato rosso, la foto del morso rende l'idea di come i media possano abbattere la credibilità di un uomo, relegandolo ad un fenomeno da deridere, cancellando in partenza l'idea che proprio quella persona possa guidare un Paese.  
Soprannominato dai media britannici l'Obama inglese, Chuka Umunna si candida a guidare il partito

L'opportunità di ripartire

La sconfitta è dura e lascia un' amara tristezza, si guarda indietro per comprendere gli errori e immaginare un risultato diverso. Ma nella sconfitta si nasconde anche un messaggio di speranza, se si ha il coraggio di rimettersi in piedi e di guardare avanti allora il cammino sarà ancora lungo. Questo è ciò che deve fare il partito laburista, riflettere sugli errori commessi e al contempo pensare al futuro, scegliendo una direzione da seguire, una visione chiara da proporre ai cittadini. Bisogna ripensare alle tre stagioni di governo guidate dal New Labour, è stato un errore eclissare 13 anni di governo senza rivendicare ciò che di buono e giusto si è fatto. E' vero, il New Labour su certi aspetti ha fallito, non ha limato le disuguaglianze e ha sparso i germi per la crisi finanziaria ma ha anche portato la pace in Irlanda, introdotto il salario minimo e i matrimoni gay, riformato il welfare e creato posti di lavoro. I laburisti non devono avere paura di quella stagione, non devono vergognarsi del loro recente passato seguendo gli attacchi dei nazionalisti scozzesi o dei populisti dell'Ukip; bisogna rivendicare ciò che di buono si è fatto ammettendo anche gli errori, così da poter rivolgere lo sguardo al domani senza dimenticare ciò che è stato. Il labour dovrà dare nuove risposte sul welfare, riformandolo e migliorandolo senza fare false promesse ma scongiurando la distruzione che si accingono a compiere i conservatori. Dovrà creare le opportunità per i meritevoli e per chi è in difficoltà, solidarietà e sviluppo per una società migliore e giusta, stare dalla parte dei lavoratori ma anche dalla parte di chi crea lavoro, dell'economia reale e non solo della city finanziaria. La sinistra non dovrà cedere al nazionalismo, per riprendere la Scozia (storica roccaforte rossa ora in mano ai secessionisti) non bisogna seguire i bassi istinti e le false soluzioni dei partiti nazionalisti o xenofobi, bisogna invece affrontare il tema con un'idea da contrapporre, l'idea che la storia futura la si scrive insieme verso il progresso e la giustizia sociale, prospettando un futuro nell'Unione Europea e non da raminghi solitari. Queste le sfide che si parano davanti alla sinistra britannica, a loro il compito di scrivere il domani. Intanto è già iniziata la corsa alla leadership; fra tutti spicca il giovane trentasettenne Chuka Umunna, il quale ha da poco ufficializzato la sua candidatura. Chiamato da molti l'Obama inglese, blairiano, ministro ombra delle attività produttive, grande oratore ben visto anche dall'ala sinistra e sindacale del partito, potrebbe essere lui la nuova guida dei laburisti.

Giorgio Mineo

mercoledì 8 aprile 2015

Il bivio del Regno Unito

Miliband vs Cameron, lo spettro dell'Ukip e il ritorno di Blair

Da sinistra: Nick Clegg/Lib-Dem, Nigel Farage/Ukip, Ed Miliband/Labour
Il 7 Maggio il popolo del Regno Unito sarà chiamato alle urne per scegliere il suo nuovo Primo Ministro e il partito che guiderà la Nazione verso il futuro. Questa data già si presenta storica per via dell'originalità del momento politico britannico, finora inedito. Infatti il classico bipolarismo inglese (già messo alle strette nel 2010 con la formazione del governo ora uscente a coalizione Conservatori/Lib-Dem) è in crisi per via dell'avanzare della formazione nazionalista e indipendentista guidata da Nigel Farage. Ma non solo questo è l'elemento peculiare delle prossime elezioni capace di attrarre l'attenzione. Il 7 Maggio i cittadini britannici saranno chiamati a compiere una scelta non solo verso la politica interna ma soprattutto verso il posto della Gran Bretagna nel mondo. Iniziamo quindi ad addentrarci nel clima elettorale britannico ad un mese dalle elezioni. 

Farage/Ukip

E' la grande novità delle elezioni, l'Ukip guidato da Nigel Farage è pronto a mettere in discussione il secolare bipolarismo britannico. Sarà davvero possibile? Se si analizza il sistema elettorale inglese formato da collegi uninominali maggioritari sembra chiaro che la formazione di Farage non può aspirare al governo. Infatti l'Ukip è una formazione ancora giovane e priva di forti candidati sul territorio, quindi la conquista dei seggi necessari si fa più difficoltosa nonostante un forte consenso in percentuale. Il programma cavalca l'euro-scetticismo e la lotta all'immigrazione con forti tratti xenofobi. Punto peculiare è l'uscita dall'UE, la riconquista della sovranità economica e giuridica, la riduzione della pressione fiscale, programmi di apprendistato per i giovani, tagli a spese considerate "inutili" come i dipartimenti di energia, cultura e sport. L'Ukip destabilizzerà senz'altro il quadro politico ma sembra impossibile che possa uscire vincitrice il 7 Maggio. 

Clegg/Lib-Dem

Il giovane leader liberal-democratico alla sua prima tornata elettorale nel 2010 era riuscito a ottenere 57 seggi su 650 e a chiudere l'accordo per la creazione del governo Cameron, a guida conservatrice e liberal-democratica. Clegg diventa così Vice-Primo Ministro portando dopo 90 anni i Lib-Dem al governo. La sfida che si pone di fronte ai Lib-Dem oggi è quella di non essere di nuovo eclissati dal bipolarismo, trovando uno spazio proprio e diverso. Essi si presentano all'elettorato come il giusto equilibrio: responsabili ma non cinici come i conservatori, progressisti ma non buonisti e scellerati come i laburisti. Il programma prevede la riduzione delle tasse per il ceto medio, impedire l'aumento di spesa e del debito pubblico, agevolazioni alle piccole e medie imprese, tagli a forze dell'ordine ed esercito in favore del welfare.

Cameron/Conservative

Il Premier uscente David Cameron ha avuto l'arduo compito di guidare il suo paese negli anni della crisi. Il periodo peggiore, allo scoppio nel  2008, fu affrontato dal laburista Gordon Brown, il quale affrontò la situazione con un forte sostegno all'economia da parte dello Stato. Il governo Cameron è rimasto sulla scia, mantenendo un deficit al di sopra del 10%, così la Gran Bretagna è uscita dalla recessione ed ha sostenuto l'occupazione per poi tornare fino ad oggi a ridurre il deficit. La strada è stata però segnata da forti tagli e riforme che hanno ridotto la quantità e la qualità dei servizi e aumentato la pressione fiscale sui singoli cittadini, agevolando invece le grandi aziende e l'attrazione degli investimenti stranieri con una tassazione favorevole. Peculiari sono stati i tagli all'NHS, il servizio sanitario nazionale, arrivati fino a 20 miliardi, oltre ad una radicale riforma che lascia la gestione locale del servizio sanitario ad aziende private cofinanziate dallo stato. L'attacco al welfare ha causato un forte colpo alla leadership di Cameron, il quale ha visto radicalmente calare il suo consenso elettorale. Inoltre le altalenanti e confuse posizioni sull'Europa non hanno aiutato; ora Cameron è alla rincorsa dell'elettorato di estrema destra in fuga verso l'Ukip, sostenendo posizioni euro-scettiche e paventando un referendum sulla permanenza nell'Unione Europea tra il 2016 e il 2017. Queste mosse lasciano intravedere un leader confuso e schiavo della paura per la sconfitta, per la perdita del consenso, in affanno e senza uno schema chiaro per il futuro, alla disperata rincorsa dell'Ukip a discapito dei moderati. Un programma guidato dalla paura di solito non è premiato dall'elettorato. I punti centrali dei Conservatori sono: la riduzione della spesa pubblica e del debito pubblico (passato dal 48% al 91% tra il 2007 e il 2013), mantenere una bassa tassazione sulle grandi imprese per attrarre investimenti esteri, forte controllo dell'immigrazione, referendum sulla permanenza in UE.
David Cameron, Premier uscente e Leader dei Conservatori

Miliband/Labour

Il perno centrale attorno al quale ruota l'intera campagna laburista è il servizio sanitario nazionale. Il leader dell'opposizione Ed Miliband ha concentrato il programma sui punti deboli del governo Cameron, in primis i tagli alla sanità. I Laburisti vogliono riportare il sistema al regime passato insieme ad una nuova riforma che migliori il servizio e che lo renda accessibile a tutti, a discapito dei privati rafforzati da Cameron con partecipazioni pubbliche. La battaglia per la giustizia sociale rimane fondamentale per il Labour: il programma prevede di aumentare le tasse per le fasce più agiate della popolazione, tassare i profitti conseguiti dalle multinazionali all'estero, redistribuire la ricchezza, bloccare l'aumento della bolletta energetica, investire in innovazione scientifica e istruzione con finanziamenti pubblici e agevolazioni fiscali per studenti e start-up, proteggere e migliorare il welfare. Ed Miliband è sempre stato dipinto dalla stampa come un'incapace e irresponsabile per via di sue molte gaffe (è stato soprannominato Mr. Been) e del suo scarso carisma. Ora però ha la possibilità di vincere e diventare Primo Ministro. Per farlo ha sfoderato ogni arma possibile a disposizione del suo partito con raccolte fondi, campagna a tappeto sul territorio e sul web, e la riesumazione del tre volte Premier Tony Blair. Il Labour dovrà però rispondere agli attacchi dei conservatori e liberal-democratici che accusano la sinistra di essere irresponsabile, paventando aumenti di spesa intollerabili che causeranno il crollo dell'economia. Oggi come in passato la vittoria del Labour dipende dall'immagine di responsabilità e lungimiranza economica che saprà mostrare, garantendo servizi migliori e combattendo le disuguaglianze ma con punti concreti e raggiungibili. Come da slogan <<A better plan. A better future>>.

Tony Blair rises 

Tony Blair è tornato; obbiettivo far vincere il suo partito (da lui guidato 3 volte consecutive alla vittoria) aiutando il candidato Ed Miliband. Dai Laburisti questo ritorno è visto con sospetto, una parte crede che tale ridiscesa comprometta la vittoria per via dell'aria negativa che ruota intorno al'ex Premier Blair. Il fondatore del New Labour non gode più di forte credibilità, schiacciato dagli eventi in Iraq, dal gossip e dai contatti con dittatori medio-orientali. Inoltre Ed Miliband vinse la battaglia congressuale proprio distruggendo il New Labour di Blair, e quest'ultimo non ha mai nascosto la sua lontananza dalle politiche del primo. Ora però bisogna rimanere uniti per la vittoria e questo Blair lo sa bene. Il modesto parere di colui che qui vi scrive è che il ritorno di Tony Blair si rivelerà vincente per il Labour. Il tre volte Primo Ministro rimane un oratore eccellente, capace di emozionare come pochi. Possiede ancora un'intelligenza politica senza pari e sarà in grado ancora una volta di attrarre l'elettorato, soprattutto quello moderato scontento dei conservatori e liberal-democratici. A riprova di ciò ricordiamo il comizio tenutosi ieri a Sedgefield (il collegio elettorale dell'ex Premier) in cui Tony Blair ha rimesso prepotentemente nel dibattito elettorale l'Europa non come problema ma come opportunità e speranza. Un richiamo ai valori comuni del continente, uno sguardo al futuro e al ruolo della Gran Bretagna nel mondo, sfide da cui non bisogna fuggire come, afferma Blair, sta facendo Cameron. Ultima stoccata al Premier uscente, definito come succube della paura e dell'estrema destra fino al punto di far precipitare la Nazione nel baratro con il referendum sull'UE, ribaltando così l'accusa rivolta ai laburisti dai conservatori di portare la Gran Bretagna nel caos.


Giorgio Mineo





mercoledì 25 marzo 2015

Cos'è la politica

Se non c'è la Destra, se non c'è la Sinistra

Le primarie del centro-sinistra per la selezione del candidato sindaco di Agrigento hanno incoronato il forzista Silvio Alessi, patron dell’Akragas calcio. Tale vittoria sancisce l’ammucchiata tra le due (in teoria) forze alternative della destra e della sinistra. Un tempo le divisioni di campo tra i due schieramenti erano più nette e riconoscibili. Progetti, idee, soluzioni, visioni del mondo differenti offrivano ai cittadini la reale possibilità di scelta per costruire il proprio futuro seguendo l’una o l’altra parte. Oggi verrebbe da dire che non è più così, sicuramente in Sicilia. Quando risulta normale candidare una persona dello schieramento opposto, quando risulta normale far entrare nel proprio partito i nemici di ieri allora viene da chiedersi: che differenza c’è? Quale alternativa? Non stupiamoci poi se al richiamo alle urne i cittadini preferiscono dedicarsi ad altro. Ma queste sono frasi demodé, richiami nostalgici del passato; oggi la politica è de-ideologizzata direbbe qualcuno, sono caduti i dogmi e i precetti che costituivano le due categorie, in favore del pragmatismo delle soluzioni rapide e immediate ai problemi che il nuovo secolo ci pone. Questa è la politica del ventunesimo secolo, questo il traguardo raggiunto, il cambiamento, l’innovazione? Questa è la politica? La mia risposta è assolutamente NO. La politica è desiderare qualcosa, auspicare un cambiamento, perché il cambiamento contiene una promessa di progresso, nutre l’immaginazione e lo spirito di iniziativa, stimola sogni e visioni. Non si può ridurre la politica a mero passaggio elettorale privo di significato, in cui i candidati che si susseguono non mostrano alcuna differenza, alcuna originalità, alcuna visione della società. Chi vuole tutto ciò, chi vuole privare la politica della sua bellezza, della sua forza non ha capito nulla. Questa delegittimazione della politica porta con se interessi privati, clientelismo, scelte improvvisate e senza scopo, testimone ne è la nostra amata regione Sicilia. La tesi odierna che le ideologie sono morte, degenerate in frasi fatte, che magari si possono utilizzare per ingannare le persone, ma che hanno perduto la loro funzione rivitalizzante, suscitatrice e stimolatrice va ribaltata; i partiti devono trovare la risposta alla crisi della rappresentanza. Si potrebbe obbiettare che per risolvere i problemi servono soluzioni concrete, pragmatiche; i sogni e le speranze sono solo illusioni, utopie irraggiungibili e ingannevoli che non vale la pena di inseguire perché la realtà è un’altra. Ma se fosse così? Se davvero non ci fossero più delle idee, delle visioni del mondo e della società che contraddistinguono le forze politiche in campo, allora potremmo dichiarare la morte della politica. Essa è scelta, essa è cambiamento, essa è la risposta ai problemi di ogni giorno e a quelli futuri e per essere tale non si può prescindere dalle idee, dai sogni, dai progetti, dalle speranze, da uno scopo. Elementi che riporterebbero senso ai concetti di sinistra e di destra. Senza ciò la politica è mera amministrazione. Non si può guardare solo al presente e al contingente; è necessario che i partiti pensino al futuro e per farlo è necessario che si prefiggano un obbiettivo, uno scopo da raggiungere, un sogno che li spinga ad andare avanti, non dimenticando mai la propria storia perché non si va da nessuna parte se si dimentica il passato. I partiti devono ritrovare la loro vocazione per tornare a essere rappresentativi. Il Premier svedese Olof Palme (1927-1986) diceva che bisogna andare incontro al futuro con la conoscenza come strumento e la convinzione come forza trainante, perché solo in tal modo si potrà affrontare la complessità dei problemi. E il compito non sarà mai troppo ambizioso. Perché la politica è desiderare qualcosa.

Giorgio Mineo    

sabato 21 marzo 2015

PEPPINO IMPASTATO: UN CUORE MARTORIATO.

Rime dall'altro secolo
 
Fiore di campo nasce
sul grembo della terra nera,
fiore di campo cresce
odoroso di fresca rugiada,
fiore di campo muore
sciogliendo sulla terra
gli umori segreti.

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