venerdì 9 agosto 2013

Viaggio nella mente del "mafioso"

La mafia in psicoterapia: di Girolamo Lo Verso



5/08/13 San Vito Lo Capo: ottavo incontro  regolare del celebre appuntamento culturale Sanvitese “Libri, autori e buganvillee” condotto da Giacomo Pilati, che quest’anno si tiene dal 5 Luglio al 30 Agosto e che ha già annoverato la presenza di celebri personaggi e autori quali Marcello Sorgi, il pm Raffaele Cantone autore di “football clan” e Catena Fiorello. Ospite della serata è il professore ordinario di psicologia clinica presso l’Università di Palermo Girolamo Lo Verso, il quale presenta “La mafia in psicoterapia”, opera che continua la via del suo gruppo analista intrapresa dopo il caso Vitale. Tema centrale del libro sono le testimonianze e i risultati ottenuti in anni di ricerca; basato su casi clinici completi, il professore delinea i tratti psicologici che determinano il cosiddetto “mafioso”. La premessa da cui partire è quindi molto importante poiché è necessario attuare, alla luce del lavoro di analisi, una distinzione tra il mafioso e il colluso con la mafia. La ricerca dei caratteri del mafioso doc assume quindi dei margini ben delineati: il mafioso puro nasce da una famiglia mafiosa, vive in un ambiente mafioso, viene selezionato e addestrato fin da bambino ad assumere il ruolo che gli spetta per diritto di sangue. In questo contesto si comprende come il mafioso sia costruito fin dall’infanzia, e le conseguenze di questo trattamento si riscontrano immancabilmente nella personalità dell’individuo. Il mafioso è educato al rispetto di un'unica regola, un unico valore, il potere. La vita del mafioso è quindi incentrata sulla ricerca di sempre maggior potere da esercitare sugli altri. Il mafioso viene perciò costruito, diventa ciò per cui è stato destinato ad essere per diritto di sangue. Le caratteristiche prettamente umane sono assenti o oscurate dalla ricerca del potere; la sua vita si basa solo su questo principio che lo incapacita dal provare emozioni umane quali rimorso, compassione, amore ecc. La cosa che colpisce di più è anche la totale assenza della ricerca del piacere. Soldi, belle macchine, belle donne, ville, niente di tutto ciò interessa il mafioso.
Mettiamoci in testa che il mafioso non è quello dei ritratti hollywoodiani che ci propina il cinema oltreoceano, dice il professor Lo Verso; la verità è che il mafioso non prova e non ricerca il piacere, è incapacitato dal provare amore e non è interessato alle belle donne, le quali sono per lui solo un altro mezzo per ostentare potere. Il mafioso costruito in fasce diventa perciò una non persona, un essere umano privato della sua umanità, un essere che non ha mai posseduto un suo io. Non c’è da stupirsi, alla luce dei risultati ottenuti da queste ricerche cliniche, se alla cattura di un noto boss latitante, come fu per Provenzano, si scopre essere vissuto nelle condizioni peggiori, senza comfort, magari in un buco di pietra in aperta campagna, pur possedendo patrimoni per centinaia di milioni di euro. Caso diverso per coloro che sono intorno alla mafia, sia indirettamente come può esserlo ognuno di noi, sia direttamente come i collusi. La sola idea della mafia e la paura che essa comporta condiziona chiunque nella vita quotidiana al punto che ancora oggi molte persone in molti quartieri non riescono neanche a parlarne. Un esempio del potere psicologico che possiede la mafia viene dalle testimonianze dei commercianti: compiendo un’ analisi sui soggetti presenti ad un incontro di sostegno per i commercianti di “Addio Pizzo”, si è riscontrato che tutti i presenti avevano paura di ritorsioni e di subire episodi di violenza da parte della mafia. La particolarità della ricerca sta nel fatto che il risultato unanime è stato riscontrato sia nella metà che non ha mai pagato il pizzo o non ha mai ricevuto visite e minacce da parte della mafia, sia da chi questi eventi li ha vissuti in prima persona. Il commerciante vive quindi una condizione di eterna angoscia, di paura verso se stessi e verso i propri cari, bloccato in una morsa di veleno che lentamente distrugge l’anima. Solo attraverso il gruppo e il confronto si può superare indenni psicologicamente una tale pressione, ribadisce il professore Lo Verso.
Altro esempio eclatante è un caso tipico che accade in ambienti soggetti al potere mafioso. Un commerciante che all’apertura della sua attività lavorativa trova la serratura bloccata dall’attack, subisce una pressione psicologica nei giorni successivi che lo porteranno ad andare lui stesso di fronte ai malavitosi per pagare il pizzo e mettersi per così dire “in regola”, pur non avendo mai subito realmente richieste o minacce da parte del organizzazione criminale. La mafia non possiede dunque solo una struttura, una cupola, ma possiede una vera e propria identità, una cultura aggrappata alle tradizioni nella quale le future generazioni sono solo un guscio da riempire per assumere al meglio il ruolo insignitogli dalla comunità. Non vi è da combattere solo un organizzazione, ma vi è anche un modo di pensare che deve essere assolutamente estirpato, impedendo che le nuove generazioni vengano intrappolate nella rete del “malo-affare”.    

Giorgio Mineo

giovedì 8 agosto 2013


IL PROCESSO


di Franz Kafka


"L'unica cosa giusta è quella di contentarsi della situazione esistente. Anche se fosse possibile migliorare alcuni particolari - ma è un pregiudizio insensato -, nella migliore delle ipotesi si potrebbe ottenere qualcosa per casi futuri, mentre si danneggia se stessi smisuratamente perché si è attirata la particolare attenzione della burocrazia, sempre vendicativa. Mai attirare l'attenzione! Starsene tranquilli, anche se si va contro ragione ! Cercare di capire che questo grande organismo in un certo senso resta sempre in sospeso e che, se si muta qualcosa in modo autonomo, ci si scava il terreno sotto i piedi e si rischia di precipitare, mentre il grande organismo anche per il piccolo incomodo trova facilmente la soluzione - poiché tutto è collegato - e resta immutato, quando non diventa, ciò che è probabile, ancora più chiuso, ancora più attento, ancora più forte, ancora più malvagio."


Un procuratore che lavora in banca, una persona come tutte le altre, e il processo. Un binomio indissolubile attraverso il quale si può leggere questa storia tanto angosciosa, quanto familiare.

La storia inizia una mattina come tutte le altre, quando Josef K., un impiegato in banca, viene sorpreso a letto, nel suo appartamento in affitto, da 2 guardie che gli comunicano che è in arresto. Josef K. rimane attonito dinanzi ad un evento del genere, soprattutto perché le 2 guardie sono entrate nel suo appartamento senza una mandato e senza la cognizione dell'accusa. Il romanzo prosegue descrivendo gli eventi che portano Josef dapprima in un grigio e ambiguo tribunale, poi dalla sua vicina e dall'avvocato Huld, fino alla sua misteriosa fine.
"Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato."

Il romanzo sicuramente si presta a una miriade di interpretazioni per la sua complessità e il suo carattere di indefinitezza e ambivalenza, tuttavia si può individuare un nucleo centrale di significato: Kafka vuole rendere letterariamente la condizione alienante dell'uomo del suo tempo, assimilabile alla nostra, che si caratterizza per l'incapacità e l'impossibilità di avere piena e vera consapevolezza e conoscenza del meccanismo di potere e di razionale organizzazione che si cela dietro le nostre vite quotidiane e le mistificazioni di cui esso si serve. All'inizio del romanzo viene subito chiarito che Josef è innocente, in 2 righe, pertanto Kafka non vuole raccontare un giallo, sarebbe riduttivo intenderlo in questo modo, bensì vuole sottolineare come nella nostra società si possa essere oggetto di eventi al di fuori della nostra portata e cognizione che regolano la nostra vita, senza che noi ce ne avvediamo. Josef è indignato sin dall'inizio da quell' aggressione, tuttavia mantiene la calma e, dopo aver appreso che può recarsi regolarmente a lavoro, si accinge a imbastire una difesa, il suo atteggiamento dinanzi alla sventura che lo coinvolge è di aperta ribellione, però è importante notare come la sua vigorosa opposizione perda progressivamente determinazione. Josef rimane sempre frustrato dall' impossibilità di capire i meccanismi del processo, si sente impotente e questo suo senso di oppressione e annichilimento promana verso l'ambiente circostante, come si nota nella scena degli uffici del tribunale in cui ha un capogiro perché gli manca l'aria per il caldo asfissiante.

Verso la seconda metà del romanzo già si avvertono la sua incosciente sfiducia e la sua rassegnata prostrazione al processo, sempre più chiaro nella sua ineluttabilità. Josef è un borghese, un inetto, una rotella nell'imponente meccanismo della "Legge", la sua monotona esistenza viene turbata all'improvviso da un evento che assume i contorni sfumati di un processo alla sua fedeltà al sistema: si vuole verificare che Josef sia ad esso prono, infatti non è un caso che il pittore Titorelli e l'avvocato Huld si preoccupino di precisare che chi si uniforma ai meccanismi e ai metodi d'azione prescritti dal processo ha la possibilità di incorrere in un' "assoluzione fittizia" o in un "differimento" (mai un' "assoluzione effettiva"). In altre parole, può essergli risparmiata la condanna, per il suo rifiuto di adattarsi passivamente, permettendogli di condurre una vita anonima e "tranquilla", seppur controllata da un processo costante ed eterno che agisce come un'eminenza grigia, al fine di obbligare l' "imputato", ancor prima che "persona", ad essere "diligente", "muto", impaurito come l'uomo che Josef incontra agli uffici e che non ha il coraggio di rispondergli, perché non vuole tradire il processo, o remissivo e servile come il commerciante Block che è costretto a baciare le mani del suo avvocato Huld, pur di usufruire dei suoi servigi.

Josef, verso la fine del romanzo, mostra disinteresse verso il processo, trascura volutamente chi gli vuole offrire "aiuto", per cui è spesso assente nelle discussioni del suo avvocato Huld col cancelliere capo e lo zio e lascia trapelare una voluta repellenza e uno stanco distacco nei confronti delle sue vicende giudiziarie, sembra continuare a vivere come se non fosse accaduto nulla. Quando il pittore Titorelli gli confida che il processo è destinato a non terminare mai, Josef ha già deciso: vuole lasciarsi trasportare dagli eventi fino alla tragica fine.

L'ambiente descritto da Kafka è indefinito, sfumato nei suoi tratti, silente e squallido. La desolante e anonima struttura del tribunale, grigio e impossibile da trovare, riflette il carattere del sistema e lo stato d'animo di chi vi lavora dentro, negli uffici collocati nel solaio, in un ambiente angusto e poco areato in cui si assembrano, seduti su delle panche, tutti gli imputati in attesa di novità riguardo al loro processo. Il processo è ovunque: nelle orecchie degli impiegati della banca che sentono e ascoltano tutto e dalle quali Josef rifugge per poter parlare in privato con suo zio, negli occhi dei vicini di Josef che si affacciano dalle finestre del loro palazzo prospiciente per poter vedere cosa sta succedendo in casa sua, nello zio di Josef che non vuole intaccare "il buon nome" della famiglia, nei commissari della banca, sempre vigili, negli avvocati che sanno di tutti i processi, persino nelle bambine che abitano nel palazzo di Titorelli e origliano dietro la porta il suo discorso con Josef K.

L'ultimo elemento degno di nota è il racconto del prete riguardo al custode e all'uomo. Si narra infatti di un custode, che sta sempre a controllare la porta dietro la quale si staglia il mondo della "Legge",  che un giorno incontra un uomo che chiede di entrare e al quale viene sempre risposto che non è il momento adatto. Alla fine l'uomo muore senza aver avuto la possibilità di entrare.
"Dal momento che il portone della Legge è aperto come sempre e che il custode si fa da parte, l'uomo si china per guardare all'interno attraverso il portone. Quando il custode se ne accorge, ride e dice: 'Se ti alletta tanto, prova pure ad entrare nonostante il mio divieto. Ma bada: io sono potente. E sono solo il custode di grado più basso.' "


"Der Prozess" ("Il processo") non è solo un'invenzione letteraria, anzi è qualcosa di molto reale, infatti  siamo tutti coinvolti, anche il "custode", che è invischiato, se vogliamo, in misura maggiore rispetto all'uomo. Quello infatti dichiara di non essere riuscito, una volta varcata quella porta, a superare il terzo custode di grado superiore: chi gestisce, a qualsiasi livello nella gerarchia burocratica, la macchina processuale, come il custode, è altrettanto all'oscuro del fulcro del sistema cui tutto fa capo. I promotori di quest'immenso e complesso organismo che si identifica con la nostra società, dalla più piccola unità (città) alla più grande (comunità internazionali e transnazionali, mondiali), sono ignoti e operano nel buio. Siamo 7 miliardi circa sulla terra, abbiamo sempre meno spazio d'azione e di pensiero, basta un elemento perturbante nel sistema e subito questo si mette in allerta per sopprimerlo.  Potrebbe finire ad ognuno di noi come Josef K.: borghese, solerte lavoratore, vita abitudinaria, eppure subito accantonato dal suo collega, il vicedirettore, pronto a mettere in ombra i suoi passati successi per via del suo processo, emblema di un sistema che ti isola se non sei funzionale al Tutto.

Ugo Giarratano

"Il tribunale non vuole nulla da te. Ti accetta quando vieni e ti lascia andare quando vai."

mercoledì 7 agosto 2013


Suggestioni (parte 2°)

Ricapitoliamo: Berlusconi ha detto che la magistratura con "Mani pulite" ha messo fuorigioco i 5 partiti che avevano combattuto il comunismo e salvato la democrazia. Crocetta si arrende sul Muos (struttura satellitare nociva alla salute degli isolani) e praticamente sostiene che c'è di mezzo la mafia, Sergio De Gregorio addirittura la CIA. La domanda: esiste un rapporto tra Muos, CIA, Sicilia, mafia, partiti anti-comunisti (citati da Berlusconi) e comunismo?

Il Duce disse che la Sicilia era "fascista fino al midollo", supponiamo sia vero. Il 9 luglio gli anglo-americani sbarcano in Sicilia, il fascismo è praticamente finito. Prima dello sbarco contattano (si presume) la mafia isolana per ottenere appoggio in vista dello sbarco; appoggio ovviamente ottenuto: gli Stati Uniti non sono la nazione adottiva di Lucky Luciano ed Al Capone? In questo periodo gli americani "sistemano" molti mafiosi come sindaci; Don Calò, al secolo Calogero Vizzini, capo dei capi dell'epoca, diventa sindaco del suo paesino, Villalba. Nel frattempo sul mondo cala la "cortina di ferro" e l'Italia, la nazione con il Partito Comunista più grande dei paesi occidentale, appena liberata, deve decidere se allearsi con il gigante americano o con quello sovietico. La Storia la conosciamo: l'Italia è un paese distrutto dalla guerra, alle prime elezioni vince la DC che si avvicina agli Stati Uniti, otteniamo il piano Marshall, ci rilanciamo, boom economico, il Bel Paese tra le potenze economiche mondiali. Tutto questo, però, ha avuto un prezzo: come detto, gli americani sbarcano nel '43, intrattengono rapporti fittissimi con la mafia; hanno bisogno di un alleato per lo sbarco e poi per combattere il comunismo. La mafia è reazionaria, non vuole che l'ordine delle cose cambi. All'epoca, sostiene qualcuno, mafia, CIA, partiti conservatori, sono la stessa cosa; hanno cioè, tutti lo stesso interesse: "bloccare l'avanzata delle sinistre" sosteneva il Professore Renda, morto recentemente. C'erano, a parer suo, "troppi interessi internazionali convergenti sulla Sicilia". Mafia, CIA e partiti conservatori avevano bisogno però di un braccio armato. Fu così che le vicende politiche si intrecciarono con quelle della banda del bandito Giuliano. Chi è Salvatore Giuliano? È l'eroe siciliano del '900, più "eroe" di tanti altri personaggi.
È un mito; una leggenda che, seppur poco citata, rimane nella memoria e nel cuore di molti siciliani. Nacque a Montelepre nel 1922. La sua famiglia era appena tornata dall'America. L'America? Un posto dove fare fortuna, per l'arrampicata sociale, per fare la bella vita. Il piccolo Salvatore, così come tantissimi siciliani, erano cresciuti con questo sogno: un sogno terribilmente affascinante. Nel '43, in una Sicilia che muore di fame, vi è un fiorente mercato nero del grano. Lo Stato aveva dato al grano un prezzo fisso, molto basso, così che fosse più accessibile; il mercato nero nacque per aggirare quest'intervento statale che a molti siciliani "non andò giù". Mentre Giuliano trasporta del grano per venderlo in nero viene fermato dalla polizia. Scoppia una sparatoria, con risultato: un poliziotto morto e Giuliano in fuga. Ora è un bandito: è l'inizio di una leggenda che a distanza di settant'anni esatti è molto più viva di quanto possa sembrare. Assalta una caserma e libera degli uomini, uomini come lui: senza paura, "ribelli", che non volevano che lo Stato si "immischiasse". Uno Stato, che a parere di molti, per la Sicilia non aveva fatto nulla, se non imporre tasse odiose. "Ogni popolo merita il governo che ha", "il siciliano è lo specchio di se stesso, tutte le sue disgrazie, la povertà, se le merita" il parere di altri. In modo più o meno ovvio i siciliani non credono di meritarsi la fame, il mal governo ("I siciliani [...] credono di essere perfetti; la loro vanità è più forte della loro miseria"); perciò stanno con Giuliano: un nuovo Robin Hood che ruba ai ricchi (e/o allo Stato) per dare ai poveri. Assalta varie caserme, prepara attentati, mette a ferro e fuoco l'entroterra palermitano: l'obiettivo principale delle azioni della sua banda è indebolire lo Stato. Bandito, giustiziere, criminale; sono questi alcuni degli attributi che gli vengono affibbiati. Probabilmente Salvatore Giuliano è tutto ciò, ma con una variante: è un bandito, giustiziere, criminale, politico. Nel '45 divenne colonnello dell'esercito paramilitare del Movimento Indipendentista Siciliano: cioè fu assoldato da un movimento che era rappresentato in Parlamento per continuare nella lotta per l'indipendenza. "Meno che nazione, la Sicilia è più che regione": cioè un perfetto Stato degli Stati Uniti. Seriamente, è proprio così: significa non sottostare ad un governo centrale forte, essere liberi (gli Stati Uniti d'America sono il paese della libertà, il concetto stesso di federazione di Stati è sinonimo di libertà politica), una tassazione leggera tra le altre cose significa avere un governo conservatore e liberale che combatta il comunismo. Giuliano, non a caso, spedisce una lettera al presidente americano Truman. Chiede che la Sicilia diventi il 49° della federazione. Cosa assurda! Pensandoci a lungo e calando una tale richiesta nel contesto di inizio Guerra Fredda, perde un po' della sua assurdità, però.

In questo contesto, in Sicilia si svolgono le elezioni regionali del '47. A contendersi il potere ci sono la DC e le sinistre. La DC (anti-comunista) alla fine la spunta. Elezioni, queste, svolte tra mille intimidazioni: sedi del Partito Comunista e Partito Socialista incendiate e poi Portella della Ginestra. A Portella l'1°maggio 1947, mentre i contadini festeggiavano, furono sparati dei colpi sulla folla. Almeno 10 i morti, circa una trentina i feriti. Chi sparò sulla folla festante? Berlusconi ha parlato di "[...] 5 partiti democratici che [...], nonostante alcune ombre, avevano comunque [...] difeso la libertà e la democrazia dalla minaccia del comunismo". Nel prossimo scritto analizzeremo meglio queste "ombre". E perchè ora Crocetta, Presidente della Regione Siciliana, dopo aver lanciato l'ipotesi che i terreni ridistribuiti dalla riforma agraria del 1950 siano ora in mano alla mafia, "vara" senza troppi ostacoli uno studio di tale ipotesi mentre sul Muos ha dovuto fare marcia indietro (quando, in verità, egli stesso ha dichiarato che la criminalità organizzata potrebbe essere dietro la vicenda delle apparecchiature satellitari americane)? Quindi: perchè la combatte (la mafia) su un frangente e sull'altro no?                                  


Alberto Mannino
Continua...                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                
 

 

 

 

 

 

 

 

martedì 6 agosto 2013

 
SUGGESTIONI

Tra le tante cose che Silvio Berlusconi ha detto nel suo videomessaggio dopo la condanna, ce n'è una che si "incrocia" (forse) con delle dichiarazioni quasi simultanee del Presidente della Regione Siciliana Crocetta. Berlusconi ha detto: "una parte della magistratura [è] diventata un soggetto irresponsabile [...] che assurta ad un vero e proprio potere dello Stato. Questo nuovo ed illimitato potere dello Stato ha condizionato permanentemente la vita politica italiana dalle inchieste di Tangentopoli fino ad oggi. Dal '92 e '93 il corso della vita politica è stato letteralmente condizionato dall'azione fuorviante di una parte della magistratura che ha preteso di assurgere ad un ruolo di rinnovamento morale [...] mettendo fuorigioco i 5 partiti democratici che avevano governato l'Italia per oltre mezzo secolo e che, nonostante alcune ombre, avevano comunque assicurato il benessere e difeso la libertà e la democrazia dalla minaccia del comunismo". Crocetta ha detto: "Obama lo vuole e dobbiamo darglielo" riferendosi al Muos, sistema di comunicazioni satellitari per scopi militari. Queste due dichiarazioni si intrecciano? Se sì, come e perchè?



 

Berlusconi dice che la magistratura nel '92 ha fatto fuori partiti come la DC ed il Partito Liberale, fra tutti, che, "nonostante alcune ombre", hanno difeso l'Italia dalla minaccia rossa, facendola entrare nell'orbita U.S.A. e nelle alleanze atlantiche in nome della libertà e della democrazia. Oggi il soldato Crocetta (così qualcuno lo ha ribattezzato) "concede" il via libera al Muos di Niscemi: struttura, militare tra l'altro, che provocherebbe gravi danni alla salute dei siciliani. Ma come? Crocetta non aveva combattuto duramente contro il Muos? Cosa gli ha fatto fare marcia indietro improvvisamente? Il Presidente della Regione parla di "poteri forti", come quelli che fecero fuori, a parer suo, Enrico Mattei, presidente dell'Eni, morto nel '62: morto in un incidente aereo che incidente non fu; fu imprenditore non-liberale, appoggiò movimenti africani anti-colonialisti, sfidò l'impero economico statunitense, si guadagnò l'antipatia di quasi tutta la politica italiana: DC e Partito Liberale fra tutti. Ma quali sono questi "poteri forti"? Molti dicono che Mattei fu ucciso dalla CIA, alcuni dalla mafia. Crocetta, dunque, sostiene che gli stessi "poteri forti" di Mattei si stanno concentrando di lui, aprendo dei dossier sulla sua persona. Quello che sta accadendo è più grande dei suoi poteri, afferma. Del resto "Obama lo vuole", il Muos. Ecco: Berlusconi ha citato partiti che "nonostante alcune ombre" hanno sconfitto la spauracchio rosso (come del resto egli stesso lo ha sconfitto); tutto ciò mentre una parte della Sicilia è costretta a piegare la testa di fronte agli Stati Uniti, Sergio De Gregorio tira in ballo la CIA e Crocetta, che si paragona a Mattei, individua tra i suoi nemici mafiosi e non solo. Questa dichiarazione (ripetuta dal Cavaliere in piazza) e la situazione siciliana si "incrociano" (se si "incrociano") quando si pone la domanda: in Italia ed in Sicilia c'è e c'è stato un rapporto tra Stati Uniti e lotta contro le sinistre (della quale parlava Berlusconi)? Oppure: esiste un legame tra Sicilia, CIA, mafia, Muos, comunismo (combattuto da partiti ricordati nostalgicamente da Berlusconi, appunto) e anti-comunismo?


Intanto: cos'è la Sicilia? Vi rimando a Sciascia e Giuseppe Tomasi di Lampedusa (fra tutti), in quanto, senza ombra di dubbi, più capaci nello rispondere. Posso solamente provarci, dunque: credo che la Sicilia sia un'entità fuori dal mondo e fuori dal tempo. "Una terra che brucia in mezzo al mare", le cui bellezze hanno ispirato poeti come Omero, Dante e Goethe; un'isola che ha visto molti conquistatori: dai Greci e Romani, agli Arabi e Normanni; dagli Spagnoli e Francesi, ai Borbone e al Regno d'Italia. La Sicilia non ha veramente voluto nessuno di questi: troppo pigri e stanchi (i siciliani) per ribellarsi, non abbastanza pigri e stanchi (i siciliani) per non lamentarsene. "La specificità interna del siciliano mi sembra l'assoluta astoricità. Egli è il prodotto di un territorio che non ha mai fatto parte di alcuna parte del mondo in epoca storica, che è stato occupato da nord, sud est, ma mai è stato assimilato". Sono (i siciliani) tante cose, tra cui: "gente acuta e sospettosa, nata per le controversie", "qualunque cosa possa accadere [...] (loro), essi la commenteranno con una battuta di spirito". "Il sonno [...] è ciò che i Siciliani vogliono, ed essi odieranno sempre chi li vorrà svegliare, sia pure per portar loro i più bei regali". "[…] In Sicilia non importa far male o far bene: il peccato che noi siciliani non perdoniamo mai è semplicemente quello di 'fare'. Siamo vecchi,[...], vecchissimi. Sono venticinque secoli almeno che portiamo sulle spalle il peso di magnifiche civiltà eterogenee, tutte venute da fuori, nessuna germogliata da noi stessi, nessuna a cui noi abbiamo dato il 'la'; noi siamo dei bianchi quanto [...] la regina d'Inghilterra; eppure da duemilacinquecento anni siamo colonia. Non lo dico per lagnarmi: è colpa nostra. Ma siamo stanchi e svuotati lo stesso."

Se tale legame [quello tra Sicilia, CIA, mafia, Muos, comunismo (combattuto da partiti ricordati nostalgicamente da Berlusconi, appunto) e anti-comunismo] esiste possiamo cominciare a narrare la Storia siciliana dal lontano 1891, cioè da quando i Fasci dei Lavoratori Siciliani (di matrice socialista) intrapresero la loro lotta contro il feudo nell'entroterra palermitano, proponendo un cambiamento nella società siciliana, allora basata sui privilegi. Nel giro di tre anni scioperi e manifestazioni furono sedati nel sangue, con mandante delle stragi lo Stato. Per la scontentezza dei feudatari la situazione non si stabilizzò: per molto tempo la Sicilia fu animata da proteste contadine, spicca il massacro di Riesi del 1919 (biennio rosso) dove 15 contadini vengono uccisi per ordine dell'ufficiale di polizia Ettore Messana. Ricordate questo nome: Ettore Messana. La Sicilia in quegli anni era dunque in grande fermento e ci volle l'avvento del Fascismo per ripristinare l'ordine. Mussolini disse: "La Sicilia è fascista fino al midollo!". È vero: lo disse ad un comizio, come quando una rockstar urla in ogni città che quella in cui si trova è la più "calda" del mondo. È anche vero che la rockstar Mussolini non lo disse ad ogni concerto. Ipotizziamo che lo pensasse veramente, per ora.
La storia continua...nel prossimo scritto !

Alberto Mannino
                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 
 

sabato 3 agosto 2013

RECENSIONE LIBRI

IL GIOCATORE
di FEDOR DOSTOEVSKIJ
 
Quest'opera fu scritta da Dostoevskij in brevissimo tempo, perché doveva risarcire un libraio con il quale aveva contratto un debito e che l'aveva minacciato di appropriarsi in futuro dei diritti delle sue opere, qualora non fosse riuscito a restituire il prestito.
Il gioco d'azzardo e la vita sono le linee guida di questo breve ma denso romanzo che narra delle vicissitudini di un precettore che lavora per un generale in pensione, gestore di un albergo, angustiato dai suoi debiti di gioco e dall'amore non corrisposto per Madame Blanche. Dostoevskij delinea i suoi personaggi nei minimi particolari e attraverso le ambigue personalità del "francesino" De Grieux, di Madame Blanche e altri denuncia la classe aristocratica e borghese del tempo, dedita ai piaceri di una vita mondana e al culto del denaro. La storia è narrata dal precettore che rimugina sugli eventi passati e le disavventure che hanno luogo nell'albergo del generale, rammentando il suo travagliato amore per Polina aleksandrovna e l'inizio della sua assuefazione al gioco d'azzardo, metafora della visione della vita che il precettore Alekseij Ivanovic, nonché Dostoevskij stesso, abbraccia senza esitazione.
Il gioco d'azzardo e l'ambiente interno del casinò acquisiscono un' importanza capitale, perché è attraverso questi che l'autore spiega la sua visione della vita:
 
"M'intrufolai fra la folla e mi collocai proprio accanto al croupier, quindi cominciai un timido inizio di giuoco, puntando solo due o tre monete. Intanto osservavo e notavo; mi pareva che il calcolo in se stesso serviva molto poco e non avesse affatto quell'importanza che molti giocatori gli attribuiscono. Essi se ne stanno seduti davanti a foglietti di carta rigata, segnano i colpi, contano, deducono le probabilità, fanno calcoli e infine puntano e perdono come noi, semplici mortali che giochiamo senza calcoli."
 
Così come Alekseij entra nel casinò e scruta attentamente l'ambiente e le persone che lo circondano, realizzando che ogni calcolo di probabilità che tenti di governare la realtà è inutile, anche l'uomo si accorge che la vita è caos, che è dominata dal caso e che ogni tentativo di controllarla è vano. L'approccio da seguire verso il flusso caotico e aleatorio della realtà è quello di un giocatore d'azzardo "senza calcoli" che segua sempre la sua volontà e il suo istinto e tenga sempre a mente di poter reinventare se stesso e la sua vita. Essere sempre "cauto", "paziente" e avere "carattere" dinanzi alle avversità o alla stagnazione della propria vita, perché in un attimo possiamo rinunciare ad un invitante spiraglio di stabilità e sicurezza per accogliere e condurre una vita precaria e incerta, ma anche mutevole e mai monotona. In fondo a chi non piacerebbe essere un "giocatore d'azzardo".
 
 
                                                                                                         Ugo Giarratano
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


mercoledì 31 luglio 2013

PROSEGUE "L'INTENSA ATTIVITA' LEGISLATIVA" IN PARLAMENTO

 A.C. 1023
BURTONE: "Istituzione della Giornata in ricordo delle persone decedute o rese disabili a causa di vaccinazioni" (1023)

Stampato il 30-07-2013

A.C. 1103
CECCONI ed altri: "Istituzione della Giornata nazionale della consapevolezza sulla morte perinatale" (1103)

Stampato il 31-07-2013

CONCETTO UNIVERSALE E CONCETTO OPERATIVO, IL LINGUAGGIO DELLA PUBBLICITA' E LA POLITICA DEL CONSERVATORISMO

Con l'approssimarsi del nuovo millennio fino ad oggi, si è dato adito ad un nuovo totalitarismo che si discosta da quelli di stampo fascista, nazista o stalinista. Potrà sembrare un giudizio pungente e forse un po' esagerato, ma viviamo in un totalitarismo impercettibile che richiede un notevole sforzo intellettuale e critico per poter essere decodificato fino alle sue ramificazioni determinanti, inoltre ha una configurazione che lo contraddistingue da quelli precedenti, perché ha mutato i mezzi di repressione, molto più sottili, sprezzanti della violenza fisica e agenti come delle eminenze grigie, ma nel contempo si profila, ricalcando i vecchi totalitarismi, come una forma di amministrazione totalizzante e pervasiva con un unico fine. Quest'ultimo è perseguito da un governo oligarchico borghese che mira a uniformare tutte le diversità e le contrapposizioni alla propria ideologia di carattere capitalistico, non tollerando e sottoponendo ad autorepressione "anomalie" e "aberrazioni" da un comportamento, un modo di pensare e di parlare omologati. In questo articolo verrà esaminato un aspetto del totalitarismo in questione che riguarda l'utilizzo funzionale e metodico che questo nuovo "Sistema" o "Potere" capitalistico, come lo definirebbe Pasolini, fa del linguaggio (deformandolo), oltre ad identificare delle eventuali connessioni col nuovo modo di fare politica oggi, in particolare in Italia.
Immanuel Kant, nella sua opera "Che cosa significa orientarsi nel pensiero", pubblicata in risposta alla polemica avviata da Jacobi sul panteismo nel 1785, tratta della libertà di pensiero in relazione alla libertà di comunicare:

"Alla libertà di pensiero si contrappone in primo luogo la costrizione sociale. In realtà si è soliti dire che un potere superiore può privarci della libertà di parlare o di scrivere, ma non di pensare. Ma quanto e quanto correttamente penseremmo, se non pensassimo per così dire in comune con altri a cui comunichiamo i nostri pensieri, e che ci comunicano i loro ? Quindi si può ben dire che quel potere esterno che strappa agli uomini la libertà di comunicare pubblicamente i loro pensieri, li priva anche della libertà di pensare, cioè dell'unico tesoro rimastoci in mezzo a tutte le imposizioni sociali, il solo che ancora può consentirci di trovare rimedio ai mali di questa condizione."

Dunque questo passo deve essere contestualizzato nel periodo storico in cui Kant viveva, caratterizzato dal cosìddetto "Dispotismo Illuminato", una forma di governo di carattere assolutistico mitigata da una sorta di paternalismo che concedeva ai sudditi un limitato margine di libertà di pensiero ed espressione, chiedendo in cambio che non fosse messa in minima discussione la monarchia. Ebbene Kant percepisce queste concessioni come precarie, in quanto è consapevole che, qualora i sudditi stessi dovessero trascendere il contesto inoppugnabile entro il quale sono garantite queste libertà, il despota non esiterebbe un momento a revocarle inesorabilmente, privando anche lui stesso della possibilità giuridica e pratica di esercitare la sua attività di filosofo.
Per kant, se non possiamo comunicare ("mettere in comune") i nostri pensieri, sollecitandoli al fecondo dinamismo proprio del dialogo, allora questi rimangono statici e rigidi, senza una vera e ricca articolazione, pertanto oggi possiamo attualizzare questa "costrizione sociale" che impedisce la comunicazione, non concependola solo come una proibizione fisica dell'atto del parlare, bensì come un'esasperazione della comunicazione medesima, intesa nella sua forma svilente di trasmissione di messaggi pubblicitari, e inoltre come una deformazione di quella facoltà fondamentale che ci permette di esprimere i nostri pensieri tramite proposizioni, il linguaggio (la parola). Tralasciando temporaneamente il linguaggio pubblicitario, che costituisce una delle cause della degradazione della parola, la domanda è in che senso questa nuova forma di "costrizione sociale" snaturi la parola stessa.
Aristotele per primo distingue la dialettica dall'analitica, concentrandosi maggiormente sulla definizione della proposizione formale in tutte le sue parti costituenti, pertanto chi meglio di lui ci può appoggiare nell'illustrazione del cambiamento in cui è incorsa la parola all'interno della proposizione, quindi nel tracciare il nuovo ruolo che ha assunto il concetto all'interno della frase.
Il Capitalismo si contraddistingue principalmente perché privilegia la sua propaggine economica, servendosi della cultura e della politica, per esempio, come sovrastrutture per legittimare il suo dominio e il suo controllo totalitario; dunque la parola non fa eccezione, la frase formalmente è l'unione di un soggetto e di un predicato e, secondo Aristotele, si fonda sui principi di non-contraddizione, di identità e del terzo escluso, in più, il sillogismo ne riflette l'articolazione in un ragionamento che connette varie proposizioni formali che si distaccano totalmente dalla materia e che, partendo da premesse certe, pervengono a conclusioni altrettanto certe.
Per Aristotele la proposizione unisce un soggetto e un predicato formali, tuttavia la separazione che opera fra analitica e dialettica non può sussistere, perché indubbiamente, quando noi pensiamo, rappresentiamo nella nostra mente qualcosa di reale e materiale che Aristotele stesso separa dal pensiero formale (la logica) e che certamente instaura delle relazioni con i nostri concetti i quali, tramite le parole, riescono a rappresentare ciò che percepiscono dall'esperienza sensibile. Di conseguenza, il soggetto corrisponde al concetto che successivamente si identifica con le relazioni che i predicati o attributi gli assegnano, mantenendo allo stesso tempo una certa estraneità da questi, in virtù del suo carattere di sostanza che funge da sostrato delle relazioni stesse e che trascende i loro significati specifici. In breve il concetto all'interno di una proposizione è identico rispetto ai suoi predicati e attributi e nel contempo differente, perché trascende il suo significato specifico (valenza denotativa), comprendendo organicamente in sé una moltitudine di significati altri (valenza connotativa). In conclusione il concetto, di norma, dovrebbe essere "universale", quindi comprensivo di più significati, e non "operativo", ovvero funzionale e ridotto univocamente ad una sola valenza imposta dal "Sistema" che così ha stabilito.

Per esempio la frase "la crescita è fondamentale per l'Italia", calata nel contesto in cui di solito viene ascoltata in TV (contesto economico, è spesso abbinata a produttività, occupazione, PIL e ad altri innumerevoli e sterili indici economici), collega al concetto "crescita" il predicato "fondamentale". Se analizziamo il concetto di "crescita", ci accorgiamo che ad esso viene affibbiato un univoco significato di "sviluppo economico", scartando il suo significato transitivo, comprensivo di valori come la crescita culturale, politica, sociale, spirituale, esistenziale ecc.

Herbert Marcuse, nella sua opera "L'uomo a una dimensione", sottolinea quest'uso studiato del linguaggio mutilato della comunicazione menzionando gli universali, ovvero quei concetti astratti di vitale importanza per una filosofia critica, come "Io", "Coscienza", "Mente", "Volontà", "Dio", "Spirito" ecc., che impegnano l'uomo ad interrogarsi continuamente sul loro significato e sulle loro molteplici caratteristiche. Se la filosofia in passato, quindi l'uomo in generale, si interrogava sulle varie sfaccettature di significato di questi termini, adesso si è preferito accantonare questi concetti per sostenere un linguaggio comunicativo-pubblicitario che uniforma politica e marketing, all'insegna dei concetti operativi che condensano in sé un significato unico e strumentale. Tutti i concetti di cui ci avvaliamo sono concetti menomati, perché operativi: hanno in sé il significato pragmatico e strumentale, già precostituito dalle élite di interessi costituiti che si servono della politica e della propaganda pubblicitaria per manipolare i cittadini-sudditi, asservendoli al sistema del feticismo della produttività e del lavoro massacrante e alienante. Ci propinano un concetto falso e univoco di "crescita" economica, pertanto viviamo in un mondo ad una dimensione "economica", per l'appunto,  che non controlliamo e che ci appare inoppugnabile, oltre che incomprensibile.

Non dobbiamo permettere a slogan pubblicitari-politici, come "il lusso è un diritto", "l'uomo è una macchina" o "crescita, lavoro e produttività", di precluderci il nostro diritto ad un modo di pensare, di parlare e comportarsi alternativo, così come dobbiamo ritagliarci uno spazio privato di riflessione, al riparo da pubblicità, TV, computer, videogames ecc., che ci permetta di pensare e articolare concetti universali e di prefiggere fini personali che siano diversi da quelli di un sistema che divulga e instilla, violentemente e in maniera impercettibile, i suoi concetti mutilati e univoci di "crescita", "lavoro", "vita", "famiglia", "felicità", "comportamento", "parola", "pensiero" e così via, e propone inoltre fini come un lavoro stabile, monotono, produttivo e ben retribuito, una famiglia convenzionale devota al consumo, rapporti sociali formali, una vita appartata e in docile conformismo con il diktat dell' ideologia capitalistica. L'astrazione, come componente essenziale del concetto e nel suo doppio valore ideale e storico, è uno dei segreti per mantenere una certa libertà di pensiero, oltre che d'espressione, perché Kant ha ragione quando sostiene che senza la libertà d'espressione, quindi senza la possibilità di comunicare i propri pensieri, noi siamo dei bruti al servizio di un sistema che vuole prostrarci.

"Gli oggetti eterni sono... per loro natura, astratti. Per "astratto" io intendo che quel che un oggetto eterno è in sé -come dire la sua essenza- è comprensibile senza riferimento a qualche esperienza particolare. Essere astratto significa trascendere l'occasione particolare dell'avvenimento presente. Ma trascendere un' occasione presente non significa essere staccato da essa. Al contrario, io tengo per fermo che ogni oggetto eterno ha la sua propria connessione con ogni occasione particolare, connessione che io definisco il suo modo di penetrare in quell'occasione. Lo status metafisico di un oggetto eterno si può quindi definire dicendo che esso rappresenta una possibilità per un'attualità. Ogni occasione attuale si caratterizza secondo il modo in cui dette possibilità si sono attuate in quell'occasione."
La Scienza e il Mondo Moderno, Whitehead

                                                                                                                              Ugo Giarratano

Translate