giovedì 30 ottobre 2014

Posto fisso e neoliberismo

Due risposte del passato alla condizione recente


Lo scorso weekend è stato caratterizzato dallo scontro tra due realtà tutte a sinistra, ovvero la piazza a Roma riempita dalla Cgil e la Leopolda del nuovo corso renziano. La dicotomia è visibile da diverse angolazioni: sindacato contro governo, posto fisso contro precariato, passato contro futuro, vecchio Pd contro nuovo Pd. Lo scontro al quale si è assistito nasconde invece una contrapposizione molto più forte e meno contingente; non un muro contro muro tra generazioni ma un apparente incompatibilità tra due mondi, due idee, due visioni del mercato del lavoro. La gente scesa in piazza con la bandiera rossa della Cgil rivendica la dignità del lavoro, snaturato da interessi economici verso un precariato senza tutele composto da una fitta giungla di contratti a termine. Si difende la sicurezza del posto di lavoro con il contratto a tempo indeterminato, la regola che deve tornare dopo le eccezioni del precariato grazie a incentivi e investimenti per rilanciare una politica industriale e di sviluppo per rimettere in moto l'economia. A Firenze ha invece avuto luogo la manifestazione politica simbolo del renzismo ovvero la "Leopolda", nata dall'incontro dei primi rottamatori di cui fece parte anche Pippo Civati, ora giunta alla sua quinta edizione. La linea ribadita sul Jobs Act è forte e chiara come le parole del Presidente del Consiglio e Segretario Pd Matteo Renzi: "Oggi il posto fisso non esiste più. Fare dell'articolo 18 la nostra battaglia sarebbe come prendere l'Iphone e dire dove metto il gettone? Sarebbe come prendere una macchina fotografica digitale e provare a metterci il rullino". Protesta contro proposta, passato contro futuro, il Premier continua a battere su questo tasto, rivendica un partito di pionieri verso il futuro con il 40,8 %. La posizione che si delinea è la presa d'atto che il mondo del lavoro come lo conoscevamo non esiste più, bisogna perciò pensare a come aiutare il lavoratore che perde il posto a immettersi nuovamente nel mercato del lavoro, sul modello della flexsecurity (più flessibilità, più tutele).La flessibilità nel mercato del lavoro è stata perpetrata nel nostra Paese da vent'anni, ciò che non si è colto è il grande cambiamento avvenuto intorno a noi, in Europa e nel mondo. L'Unione Europea ha da lungo tempo puntato sulla flessibilità per alimentare la competitività; con il progetto incompleto della moneta unica si è deciso di svalutare il lavoro non potendo svalutare la moneta. Il cambiamento dell'economia globale attraverso l'emergere prepotente di paesi in via di sviluppo e il processo di globalizzazione portano ad una dura considerazione. E' finito il modello del fordismo e della piena occupazione, esse non potranno più essere raggiunte ed ora la ricchezza si sposta dall'occidente ai Paesi emergenti. Da ciò si può inquadrare come sia la vecchia sinistra (piazza Cgil) che la nuova sinistra (Leopolda, Renzi) sono in realtà due risposte antiche già consegniate alla storia.
La sinistra riformista si era fatta carico del peso della ricostruzione del mondo dopo la Seconda Guerra Mondiale, è stata capace di creare lo stato sociale, il "Welfare State"; costruire ricchezza e benessere senza abbandonare nessuno in nome dell'eguaglianza e della giustizia sociale. Redistribuzione della ricchezza, non rivoluzione. La lungimiranza dettata dalla visione originale del mondo della sinistra riformista è cessata alla fine degli anni settanta, con l'avvento di Reagan e Thatcher si entra nel Neoliberismo e si abbandona la visione Keynesiana di Stato. La sinistra riformista perde così la sua identità, sconfitta dal nuovo-corso liberista. L'altra sinistra, legata alla storia comunista, perde anch'essa la sua identità e la sua visione originale del mondo nel 1989 alla caduta del muro di Berlino, il quale portò al crollo della base identitaria e culturale della sinistra comunista che, per non rimanere schiacciata dalle macerie, scelse di unirsi alla sinistra riformista. Sconfitta e senza visione la sinistra fuori dall'Italia accetta la nuova cornice economica costruita dalla destra, si apre così la stagione di Clinton negli Usa, Schroder in Germania  e Tony Blair in Regno Unito. Quest'ultimo è stato spesso accostato alla Thatcher come continuatore della sua opera; la Thatcher stessa alla domanda su quale fosse il suo più grande traguardo rispose Tony Blair. Con questo non si vuole dire che il leader laburista si è posto sullo stesso piano con le medesime politiche dalla Thatcher, ma si intende che la donna di ferro ha imposto un egemonia del pensiero economico, portando la sinistra ad accettare il pensiero economico neoliberista non come scelta di campo ma come presa d'atto di un mondo che è cambiato. La sinistra, persa la sua visione del mondo, ha trovato risposta in quello che ormai era diventato il mondo, assecondando il processo di trasformazione. Questo oggi accade in Italia e nel Partito Democratico; siamo nel 2014, nel mondo la sinistra è arrivata a ciò negli anni novanta. Possiamo ora comprendere come le due risposte lanciate dalla Cgil e da Matteo Renzi non siano adeguate e inedite. La prima non tiene conto del cambiamento ormai avvenuto e irreversibile, la secondo prende atto della nuova realtà ma la asseconda senza una visione originale di cambiamento. Negli ultimi anni sono cresciute le disuguaglianze, la finanza si è imposta sulla produzione e la ricchezza si è concentrata sempre più in una ristretta cerchia della popolazione. La sinistra deve ricordare i suoi ideali ispiratori per trovare la nuova strada da percorrere. Deve ricordare la sua missione, la sua stella polare: proteggere i deboli e riscattare gli oppressi, combattere le ingiustizie e cambiare il mondo. La sinistra deve riappropriarsi della sua missione e costruire una nuova visione del mondo. Se in passato la sinistra è stata capace di costruire il welfare state per portare uguaglianza e protezione sociale, ancor più oggi prendendo atto del mondo nuovo la sinistra può trovare la sua strada proprio nel welfare, riformandolo, reinventandolo così da rispondere al nuovo scenario. Riscoprire il ruolo dello Stato come promotore sociale, uno Stato che interviene per correggere gli errori nel mercato e per migliorarlo. La sinistra deve prendere atto della realtà e interrogarsi sul futuro, costruire una nuova strada, un mondo migliore. Solo così potrà esserci una risposta adeguata alla condizione recente.


Giorgio Mineo   

    

martedì 16 settembre 2014

La crisi in Iraq porterà a una nuova politica estera europea?

Servono gli Stati Uniti d'Europa per affrontare il futuro

Non potrà esserci una politica estera europea finché non si risolverà la crisi economica e democratica

Il 29 giugno 2014 è stata annunciata la formazione del "nuovo califfato", il leader fondamentalista dell'Isis Abū Bakr al-Baghdādī diviene il suo califfo e il gruppo cambia formalmente nome in "Stato Islamico". Da quel giorno la crisi in Iraq ha preso il sopravvento nel palcoscenico internazionale. Durante l'avanzata dell'Isis siamo venuti a conoscenza delle atroci barbarie commesse dalla nuova formazione terroristica. Ormai l'Isis si estende dalla Siria fino a gran parte dell'Iraq. L'escalation delle violenze estremiste e la veloce avanzata del gruppo armato hanno mostrato tutta l'impotenza del mondo occidentale, incapace di tratteggiare anche una minima strategia. In passato, alla caduta del muro di Berlino, si pensava che l'unico modo per garantire la democrazia nel mondo fosse appoggiarsi all'idea dell'Impero Americano, arbitro delle dispute mondiali. Da questo presupposto muovono molte delle crisi passate: Somalia, Afghanistan, Kosovo, Iraq. L'Europa ha sempre seguito il patriarca americano in politica estera, affidandosi alle sue decisioni nel bene e nel male senza mai porsi una strategia per il futuro. Il disastro della guerra in Iraq ha portato alla destabilizzazione dell'area Medio Orientale, causando 1 milione di vittime civili, alimentando l'odio nei confronti dell'Occidente. Più di recente abbiamo assistito all'ennesimo errore in politica estera con la destituzione del dittatore Gheddafi in Libia; azione che ha portato la nazione libica nel caos totale, con 2 parlamenti e una guerra civile in atto. La grave crisi dell'immigrazione odierna deriva in larga scala dalle guerre e dagli errori portati anche dall'occidente. L'idea di base del mondo occidentale era quella di esportare la democrazia, i diritti civili e sociali, salvaguardare i diritti umani e fondamentali, costruire una società globale giusta e pacifica. Si era compreso che in un contesto globale le forze democratiche non potevano rimanere inermi di fronte a dittature e regimi lesivi dei diritti delle persone. Lezione tratta dalla Prima e Seconda Guerra Mondiale, che portò gli Stati Uniti a optare per una politica interventista (oltre che per interessi prettamente economici come il petrolio). Il fallimento di tale politica ha però portato a rimpiangere i vecchi dittatori quali erano Gheddafi e Saddam pur di vedere una stabilità. Il susseguirsi di guerre in Medio Oriente ha dimostrato la totale mancanza di prospettiva e strategia politica all'interno delle crisi da parte dell'occidente. Nelle due Guerre Mondiali gli Stati Uniti avevano ben chiaro il mondo che volevano costruire e quali passi compiere successivamente all'intervento militare. Si pensi alla creazione delle Nazioni Unite o al piano Marshall. Dalla caduta del muro di Berlino è scomparsa la strategia politica e la capacità di costruire delle prospettive successive al bombardamento o intervento terrestre. Nell'era della modernità la politica ha lasciato spazio all'improvvisazione. Vediamo anche oggi l'impreparazione delle forze occidentali, gli Stati Uniti non possono ergersi più ad arbitro globale e non hanno una linea se non quella di bombardare. L'Unione Europea non essendo davvero un unione politica tra Stati sovrani rimane inerme, e si accoda al bombardamento americano. Come se non bastasse, è in atto anche la crisi Ucraina, con lo scontro a colpi di sanzioni con la Russia di Vladimir Putin.
Oggi si esclude l'intervento militare con forze terrestri in Iraq, ma la storia insegna che dopo i primi raid i bersagli iniziano a essere meno evidenti e le vittime collaterali aumentano, inoltre non si può riconquistare il territorio senza truppe terrestri. Per questo si cerca di aggirare il problema affidandosi ai peshmerga curdi per liberare l'Iraq. I nostri soldati cuscinetto sono però male addestrati e combattano senza armamenti significativi (ricordano i nostri soldati della Prima Guerra Mondiale) contro un vero e proprio Stato terroristico colmo di finanziamenti, petrolio e armi pesanti come tank o blindati americani. Non si può pensare che il semplice invio di vecchi kalashnikov e altri fucili possa permettere ai curdi di combattere l'Isis. Questo è l'ennesimo esempio della mancanza di strategia. Per sconfiggere l'Isis non si può attendere, bisogna affrontare il conflitto o con l'invio di truppe o armando seriamente i peshmerga. La prima ipotesi segnerebbe l'ennesimo disastro militare in Iraq, la seconda comporterebbe delle conseguenze geopolitiche considerevoli. Infatti i curdi non si faranno mica uccidere gratis; se saranno armati e avranno sconfitto l'Isis vorranno riconosciuto un proprio Stato autonomo e questo comprometterebbe non poco il rapporto con la Turchia. Inoltre da tale crisi arriviamo a riabilitare soggetti fino a poco prima considerati come mostri; vediamo così Hassad come principale alleato contro l'Isis. Questo però porta ad alcuni interrogativi etici e morali: se per difenderci dalle minacce terroristiche e fondamentaliste accettiamo come alleati dittatori repressivi e sanguinari, allora  che tipo di mondo vogliamo costruire? Ecco una altro esempio di mancanza di prospettiva politica. L'accordo con Hassad è dettato dalla gravità del momento ma successivamente cosa avverrà? Se armiamo i curdi dopo cosa faremo? Se sconfiggeremo l'Isis cosa costruiremo? Questo riguarda anche la crisi Ucraina: se ci si può accordare con Hassad perché non ci si può accordare con Putin, dal quale siamo dipendenti economicamente ed energicamente. Per questi motivi è necessaria una politica estera europea univoca e chiara che cerchi di risolvere le crisi globali. La soluzione sembra semplice ma non ci può essere una politica estera europea senza una reale unione politica europea, che a sua volta non può esistere se non si risolverà la crisi economica. Tutti i fattori sono correlati e assumono conseguenze per il mondo intero. Come può esserci una politica estere senza una cessione di sovranità? Come può esserci una cessione di sovranità se l'Unione Europea al momento è solo un unione economica-monetaria gestita da tecnici e burocrati? Allo stesso modo, perché i vari stati dovrebbero intraprendere una strada comune se i paesi mediterranei si sentono oppressi dall'austerità e i paesi del nord accusano i primi di incompetenza? Questi elementi dimostrano come i vari problemi dell'Europa siano collegati e va cercata una soluzione per ognuno di essi, altrimenti il castello cadrà. Si rende quindi necessario per i paesi più in crisi l'attuazione di riforme strutturali per invertire la rotta e conseguentemente investimenti dell'Unione Europea per rilanciare l'economia e l'occupazione. Al conseguimento di tale prospettiva potrà iniziare la vera unione politica, le crisi pressanti porteranno passo dopo passo (si spera) verso gli Stati Uniti d'Europa. Ampliamento dei poteri della  Bce per renderla come la Fed americana, creazione di eurobond e quindi comunione dei debiti pubblici, politica industriale e monetaria europea comune. Per la creazione di una vera politica estera con strategia e prospettiva bisognerà risolvere i nodi cruciali del ventunesimo secolo: 1) non essere più dipendenti dalla volontà e protezione americana, con la costituzione di un unico esercito europeo; 2) eliminare la dipendenza dal petrolio Mediorientale e dal gas russo tramite un New Deal verde, ovvero un grande piano di investimenti europei volti allo sfruttamento in larga scala dell'energia rinnovabile come solare e geotermico per diventare autosufficienti dal punto di vista delle risorse energetiche. Senza la risoluzione di tutti questi fattori non avremo mai una politica estera europea, non troveremo mai una soluzione diversa dai bombardamenti per le crisi odierne e non potremo essere al sicuro da possibili aggressioni. Se non cominciamo subito questo processo lasceremo il mondo nel caos e nelle barbarie, e non costruiremo mai una società globale giusta e democratica.

Giorgio Mineo           


domenica 14 settembre 2014


Canto e lavoro nell'America della depressione e degli spazi

(2° parte)

 
< << La nostra specie non è mai stata così ricca e potente , né così piena di malessere. Disperati e senza tetto, in America e in tutto il mondo, vivono all'ombra di un lusso e di una produttività impensabili, come avveniva nel Delta del Mississippi all'inizio del secolo. […] La tecnologia ha reso la nostra specie ricca e piena di risorse come non mai, ma ricchezza e risorse appartengono a pochi individui, grandi aziende e nazioni privilegiate. La maggior parte degli esseri umani e delle nazioni non ha accesso al lusso tecnologico e questo stato di squilibrio è mantenuto da eserciti e armamenti capaci di distruggere il pianeta. Azioni e stati d'animo di ricchi e poveri sono pervasi di rabbia e ansia e la voce tormentata del blues del vecchio Delta risuona nei quartieri bassi come nei palazzi. In condizioni così minacciose la maggior parte della gente ha paura di parlare […]. I poveri abbassano la testa e sorridono quando c'è il padrone: tutti imparano a tacere di fronte ai paradossi più mostruosi 1 >> >>.

 




Woody Guthrie
 << << [...] adesso che l'America e il mondo intero trattengono il fiato sul precipizio di una nuova Grande Depressione […] 2 >> >>, il canto di Woody Guthrie potrebbe rincorare un sacco di gente: << << Io sono qui per cantare le canzoni che vi dimostreranno che questo mondo vi appartiene anche se vi ha dato addosso, e vi ha mandato a gambe all’aria una dozzina di volte, anche se vi ha messo a terra e vi è passato sopra; qualsiasi sia il vostro colore, la vostra statura, la vostra corporatura, io sono qui per cantare le canzoni che vi daranno fiducia in voi stessi e nel vostro lavoro. E le canzoni che canto io sono fatte più o meno da ogni genere di persone, né più né meno come voi... 3 >> >>, << << […] Non sopporto le canzoni che ti fanno pensare che sei un buono a nulla. Non sopporto le canzoni che ti fanno pensare che sei nato solo per perdere. Destinato a perdere. Che non sei buono per nessuno. Per niente. Perché sei o troppo vecchio o troppo giovane o troppo grasso, o troppo magro o troppo brutto o troppo questo o troppo quello... Canzoni che ti buttano a terra o che ti sfottono per via della tua sfortuna o dei tuoi viaggi travagliati.

 Io sono qui per combattere questo genere di canzoni fino all’ultimo fiato e fino all’ultima goccia di sangue 3 >> >>.

 
Woody Guthrie nacque cento anni fa; ed in cent'anni, pare, che l'America non abbia mosso un passo, o quasi: 13 i milioni di disoccupati nei suoi Stati Uniti (il 25% nel 1934), 8 oggi (il 6%). Causa del capitalismo, sosterebbe Woody Guthrie, << << [...] l'uomo che mise in musica e versi il sogno a stelle & strisce, scarabocchiandoci però sopra - orrore orrore - la sua falce & martello [...] 2 >> >>. << << Ho viaggiato in lungo e in largo su questa terra abbastanza per rendermi conto che c’è qualcosa che non va 3 >> >>. << << So che sono nato per vincere, è uno strano porco mondo quello in cui campo e mi batterò per cambiarlo in quello che dovrebbe essere 3 >> >>.

 
Nonostante non avesse << << mai avuto tempo di imparare tutto quello che bisogna sapere sul verso sciolto e sul ritmo 3 >> >>, non fosse << << mai stato molto brillante a leggere le note musicali, e neppure a scriverle 3 >> >> e non avesse << << mai imparato le leggi superiori della matematica, e neppure il parlare ricercato 3 >> >>, cantò delle contraddizioni degli Stati Uniti della depressione: << << I ricchi mi han portato via la casa e mi hanno cacciato dalla mia porta / E non ho più casa in questo mondo / Facevo l'agricoltore ed ero sempre senza un soldo / I miei raccolti li lasciavo al banco (probabilmente la banca, cioè: con quello che guadagnava, pagava i debiti con la banca; ndr) / […] / Ho scavato nelle vostre miniere e ho raccolto nei vostri campi / Ho lavorato, signore, fin dal giorno in cui sono nato / Ora sono preoccupato come non lo sono mai stato / Non ho più casa in questo mondo / Ora guardandomi intorno è molto semplice capire / Il mondo è un posto talmente grande e buffo / Il giocatore d'azzardo (lo scommettitore di borsa, probabilmente; ndr) è ricco ed il lavoratore è povero 3 >> >>. Le note del redattore spiegano meglio il probabile significato, che si perde con la traduzione italiana. << << I ricchi sprecano più di quanto noi poveri potremmo utilizzare […] 3 >> >>.

 

Tanti gli anni di militanza politica e sindacale, condita con la simpatia per Stalin e le critiche, con annesso appoggio, a Franklin Delano Roosevelt, fino alla Seconda Guerra Mondiale, nella quale combatté. La sua (non proprio, veramente) America e l'Unione Sovietica cancellarono, dalla faccia della terra, i fascismi. La nave sulla quale venne imbarcato fu silurata e lui, con l'amico cantautore Cisco Houston, naufragò in Sicilia. Woody Guthrie, comunista che nella sua chitarra aveva scritto: “Questa macchina uccide fascisti”, contribuì a sconfiggere il fascismo. Si scagliò contro il pregiudizio razziale, quello che percorre ancora oggi gli States: compose molte ballate a difesa e ricordo di Sacco e Vanzetti, anarchici italiani condannati a morte ingiustamente; cantò del massacro di Ludlow, operato ai danni di minatori, quasi tutti immigrati, che scioperavano; collaborò, cosa scandalosa, con artisti neri, come Leadbelly.

 
Non solo politica e lotte, ma anche amore e paesaggi nei suoi testi: << << L'amore ha in sé il potere di una forza magnetica di attrazione e repulsione, che fa si che ogni forma e ogni genere di vita concorra in un punto chiave ad incontrare il proprio compagno.




Cisco Houston
Dunque l'amore provoca questa meraviglia in cinquantamila miliardi di infiniti [...] di forme, modelli, disegni di vita, ad ogni passo e ad ogni stadio della vita, in quella delle cellule viventi, degli scarafaggi viventi, degli insetti viventi, dei rettili viventi, degli animali viventi e nel sangue di tutte le specie di uccelli viventi, e allo stesso modo, in ogni singolo movimento e azione, in ogni pensiero stesso di ogni essere umano che ci passa qui davanti agli occhi.

L'amore è quello che li fa muovere tutti.

Ed è quello che in loro si muove.

Dovunque io volga lo sguardo per vedere una mossa o una smossa, o una qualsiasi forma umana, so che non vi troverò in nessun modo nulla da odiare, né per nessun motivo nulla da disprezzare o da temere o da circondare di fredde ombre, di assurdi sospetti, bensì qualcosa su cui verificare una volta per tutte fino alla fine dei miei giorni ed anche di tutte le mie notti la mia capacità di amore (voglio dire con questo) la mia propria capacità di amare. […] E l'amore rimetterà la padronanza di te stesso tra le tue stesse mani.

E quanto a te, con la tua droga mortale, col tuo ago suicida, con l'acido, con l'erba, col cucchiaio riscaldato, con la pipa oppiata, il materasso morto, l'alcool evaporato, la vita sprecata, con il tuo violento mal di testa, le tempie che scoppiano, gli occhi velati, le labbra schiumanti, gli urli acuti del malessere che soffoca; e poi la pistola, il "gingillo", la rapina, la sparatoria, la corsa ad altra droga, ad altre pistole e ad altre rapine; le tue paure e il tuo odio potranno essere curati e guariti da un unico tipo di lozione d'amore, e soltanto da quello. L'amore ti prenderà per mano e ti ricondurrà a un lavoro alla luce del sole 3 >> >>. Poi, le canzoni sulle bellissime star del cinema, come Ingrid Bergman; e le canzoni dalla vena intimistica: << << La parola che voglio dire è facile a dirsi, eppure è la parola più difficile che io abbia mai cercato di dire.

È quella che vorrebbe spiegare tutti i miei sentimenti.

Ma come posso con una sola parola esprimerli tutti? [...]

Questa semplice parola che io vorrei dire chiarirebbe ogni cosa tra me e mia moglie, o meglio renderebbe me chiaro quanto mia moglie. Lei è sempre la più chiara tra noi due. Io sono sempre quello annebbiato e confuso, e lei è sempre quella che parla e pensa con lucidità. Ma se io riuscissi a dire questa mia unica, inespressa, non detta parola, il nostro rapporto sarebbe quella flessuosa danza mai danzata che dovrebbe essere. Ora la nostra casa e la nostra famiglia soffre e si strugge dal dolore proprio per questa parola che non riesco a dire né a esprimere.

Questa semplice parola farebbe conoscere i miei figli a me e me ai miei figli. Se soltanto riuscissi a tirarla fuori i figli dei miei figli capirebbero che siamo fatti nella stessa maniera, che tra noi non c'è una differenza tanto grande da separarci e strapparci gli uni agli altri. Io credo che col pensiero tutti potremmo andare in giro per il mondo e conoscere tutta la gente, se soltanto riuscissimo a trovare e a pronunciare questa unica comune parola 3 >> >>. Poi, le canzoni dove si descrivono paesaggi che mozzano il fiato, << << […] cielo senza fine 3 >> >> e << << [...] valli d'oro 3 >> >> della frontiera americana.

 
<< << […] una vita spericolata vissuta appunto nel mito della frontiera in continuo movimento, dall'Oklahoma alla California, dalla California alla New York del Village ribelle, poi ancora California, poi ancora New York ma questa volta Brooklyn, a quei tempi ancora periferia dell'impero 2 >> >. << << […] Vado da città a città / e la polizia me lo rende difficile ovunque io possa andare 3 >> >>. Woody ha << << [...] vagato e vagabondato e 3 >> >> ha << << seguito i suoi passi / Fino alle sabbie scintillanti dei deserti di diamante 3 >> >>, protestando << << sulle cose sulle quali 3 >> >> vedeva << << che 3 >> >> c’era << << bisogno di protestare, come le situazioni tristi e spiacevoli che 3 >> >> si trovava davanti, << << i tumulti, i linciaggi, i bombardamenti, gli incendi e le uccisioni, tutte cose che succedono quando ci si lascia spaventare da ogni ombra, ogni forma, ogni accenno, ogni genere di odio razziale 3 >> >>.

 
<< << […] ho visto che tutta la gente era nei guai come me […] 3 >> >>, << << Ci avete derubato, pestato e succhiato il sangue, ci avete sfruttato pagandoci come schiavi, ma io so che tutti noi siamo nati per lavorare e per combattere e per vincere, o scendere nella fossa 3 >> >>, ha affermato il cantautore, attaccando i padroni del sistema capitalista americano, la potenza del quale si basava e si basa sul fatto che esistono uomini, come lui, che hanno bisogno di vendere il proprio lavoro per sopravvivere, e che, a volte, non riescono nemmeno a sopravvivere: "Nelle piazze cittadine, all'ombra di una siepe / all'ufficio di collocamento ho visto la mia gente / mentre stava là affamata, io stavo là e chiedevo /

questa terra è stata fatta per te e per me? 3 >> >>. Sì, perchè, in realtà, << << Questa terra è la tua terra 3 >> >>,  cosa mai scontata, nonostante altri uomini cerchino di degradarti e brutalizzarti. 

 


Dopo la guerra, gli Stati Uniti videro rosso, iniziò la guerra fredda ed il dualismo con l'Unione Sovietica comunista e Woody Guthrie, << << […] il menestrello dalla vita disperata […] 2 >> >>, finì sotto la sorveglianza dell'FBI di Edgar J. Hoover. Ma << << […] “Woody” Guthrie è già un morto che cammina. E ha soltanto 43 anni. Nell'ambiente, perfino in famiglia, tutti spiegano quei comportamenti un po' matti, l'irascibilità permalosa, la difficoltà di imbracciare la chitarra, come la conseguenza dell'alcolismo ormai galoppante […] 2 >> >>, << << […] nessuno 2 >> >>, però, << << chiama allora la malattia per quello che è, il morbo di Huntington, una degenerazione dei neuroni ereditaria che aveva colpito anche la madre, una maledizione vera che lo aveva perseguitato per tutta la vita, probabilmente anche la causa - con quei lampi di follia, quei movimenti senza più controlli - dei misteriosissimi incendi che avevano funestato la sua infanzia e si ripeteranno nella sua famiglia: la sorella morta bambina, il padre ferito, perfino sua figlia, Cathy, uccisa tanti anni dopo in quell'altro incidente che lo gettò in un'atrocissima depressione, perfino lui stesso ferito al braccio 2 >> >>. La sua vita finisce lì, quando, a causa della malattia, è rinchiuso in un ospedale psichiatrico, << << […] l'ultimo posto libero d'America 3 >> >>, l'America della caccia << << [...] alle streghe comuniste [...] 2 >> >>.

 
<< << Corea di Huntington, significa che non esiste rimedio conosciuto nella scienza medica, per me e per tutti voi malati di corea come me, perché tutte queste brave infermiere e tutti questi bravi dottori e tutti questi bravi assistenti, tutti mi guardano e dicono, con le parole o con lo sguardo o magari bisbigliando, che non c'è proprio speranza 3 >> >>.

 
<< << Ripenso... a tutta la mia vita e a tutti coloro a cui devo qualcosa, voglio dire quelli che ricordo personalmente. Naturalmente so che questa gente di cui sono debitore deve qualcosa a dell'altra gente, che a sua volta deve qualcosa a qualcun altro, e insomma tutti noi siamo debitori nei confronti degli altri. E ciò che possediamo non è altro che la somma di tutto ciò di cui siamo debitori.
E l'unico modo che ho per ripagarvi, amici che andate e venite e parlate, è lavorare, e fare in modo che il mio lavoro vi aiuti a trovare lavoro, il genere di lavoro che più vi piace e più vi si adatta 3 >> >>.


 

<< << La parola che voglio dire è facile a dirsi, eppure è la parola più difficile che io abbia mai cercato di dire.

È quella che vorrebbe spiegare tutti i miei sentimenti.

Ma come posso con una sola parola esprimerli tutti? [...] L’ho detta a poliziotti, ad agenti, a vigilantes, a soldati e marinai, a donne e ragazze di campagna, a donne e ragazze di casa, a donne e ragazze di strada, a uomini e a ragazzi che aggiustavano i tetti negli Stati del Sud, che piantavano chiodi nelle montagne dell’Ovest, che spalavano letame nei villaggi dell’Est, che verniciavano e fondevano metalli in ogni Stato dell’Unione. […]

È la parola libera che nessuna prigione può imprigionare, che nessuna cella può contenere, che nessuna catena può trascinare, e nessun cappio linciare, che nessun'arma può ferire o minacciare. Io dico che questa è la parola che rende la democrazia una cosa limpida e trasparente, che mantiene viva la democrazia, nello stesso modo in cui la democrazia mantiene vivo me e io mantengo viva questa parola. Darei subito volentieri la mia vita per tenere in vita questa unica parola, perché è grazie a lei che l’intera razza di tutta la mia gente vive, lavora, ama, e cresce per sapere di più e capire di più 3 >> >>.

 

<< << [...] vi ho sempre osservato attentamente, e ho tenuto le orecchie ben aperte quando mi passavate vicino. Ho visto le rughe scavate nei vostri volti dalle preoccupazioni, dal tempo e dallo spazio. Ho visto il vento modellare i vostri volti in modo che il sole potesse illuminarli con pensieri e chiaroscuri. Mi ricordo com'era la vostra faccia la prima volta che vi ho visto, e ricordo la vostra voce e le parole strascicate che pronunciò la prima volta che l'udii, e notai i diversi modi in cui gli occhi vi si facevano chiari e scuri mentre parlavate e a volte, mentre tacevate, vidi le speranze che si riaffacciavano nel vostro sguardo.
E anche quando non dicevate niente sapevo leggervi in viso le vostre esigenze, perché me le avevate raccontate e io le avevo fatte mie. E io vi aveva raccontato i miei affanni e voi li avevate fatti vostri. Mi avete parlato delle cose che sapevate e ho imparato a farvi partecipi di ciò che sapevo. Mi avete battuto le mani quando ballavo e mi avete tenuto la testa in grembo quando piangevo. [...] Ho sentito in me una tempesta di parole, abbastanza da scrivere centinaia di canzoni ed altrettanti libri. Ma so che queste parole che sento non sono mia proprietà privata.
Le ho prese in prestito da voi, così come ho camminato in mezzo al vento prendendo in prestito l'aria sufficiente per continuare a muovermi, e ho preso in prestito da mangiare e da bere per mantenermi in vita. Ho preso in prestito la camicia che voi avete cucito, il cappotto che avete filato, la biancheria che avete rammendato e i calzini che avete tessuto. Sono andato avanti, seguendo la mia strada, e voi siete andati avanti lungo il vostro cammino. E le intemperie, la neve, le bufere, il ghiaccio e la grandine si sono abbattuti sul campo di avena, hanno martellato il tetto dell'auto, hanno bucato le tettoie e strappato tendoni, hanno infranto i vetri alle finestre, ma non hanno mai separato il nostro lavoro. Il vostro lavoro ed il mio si sono tenuti per mano e non si sono mai separati. Ed io ho preso in prestito la mia vita dalle opere della vostra vita 3 >> >>.

 
1 Alan Lomax

2 Angelo Aquaro

3 Woody Guthrie   


Proprietà di Alan Lomax, Woody Guthrie e di tutti,
rielaborata da Alberto Mannino

 

domenica 7 settembre 2014

Alan Lomax

Canto e lavoro nell'America della depressione e degli spazi (1° parte)

Alan Lomax
Alan Lomax

 << << L'hanno chiamata l'età dell'ansia, ma forse sarebbe meglio definire la nostra epoca "secolo del blues", in onore del malinconico genere musicale nato intorno al 1900 nel Delta del Mississippi. Il blues è da sempre un modo di essere, prima ancora che un tipo di musica. Una volta Leadbelly mi ha detto: <<Quando la notte sei sdraiato a letto e comunque ti rigiri stai scomodo, allora vuol dire che t'ha preso il blues>>. Un tempo questo accadeva solo ai neri del Profondo Sud degli Stati Uniti; oggi, invece, succede in tutto il mondo. […] Oggi tutti cantano e ballano musica ispirata al blues e il vecchio fiume possente del blues scorre nell'orecchio del pianeta. Il blues è diventato il genere musicale più familiare a tutto il genere umano perché tutti cominciamo a sperimentare la malinconica insoddisfazione che appesantiva i cuori dei neri del Delta del Mississippi, la terra in cui è nato il blues: un senso di anomia e alienazione, l'assenza di radici e antenati; la sensazione di essere merci più che persone; la perdita di amore, famiglia e luogo d'origine 1 >> >>.

“Leadbelly” è uno di quei soprannomi che davano ai neri in prigione, luogo dove un detenuto viene considerato come un numero e chiamato con un numero e dove è necessario, per il detenuto, riuscire a mantenere una propria identità: da qui il bisogno dei soprannomi. “Leadbelly” significa “piombo nella pancia”. La leggenda narra che, al cantante nero al quale fu affibbiato, fu sparato nella pancia, per l'appunto. Leggenda, perché di quell'America ci rimane questo e poco altro. E se è vero che quello della depressione << << è […] un periodo molto simile al nostro 1 >> >>, è anche vero che, per alcuni aspetti, quello è un passato leggendario, fatto di storie che, per quanto riguarda il Sud, sono raccontate dai mezzadri, dai contadini, cioè dagli schiavi delle piantagioni, e dagli schiavi dell'argine, dai caricatori e scaricatori di balle di cotone sui battelli sul Mississippi, dai prigionieri incarcerati dal sistema giudiziario americano. Storie di padroni, di omicidi, di punizioni esemplari, che sfumano sempre nell'indeterminatezza e nell'anonimato.

Alan Lomax ha lavorato sessant'anni nel fangoso Delta americano, raccogliendo testimonianze di uomini e donne sulla vita che si faceva laggiù, sulla musica. È stato un viaggio all'inferno e ritorno, qualcuno ha sostenuto. Ha veramente dato voce a chi, nell'America della depressione, della segregazione, degli spazi enormi da conquistare, la voce non l'aveva. Una volta, portando con sé la sua macchina per registrare, intervistò un mezzadro nero che pensava che con quell'aggeggio potesse parlare con Washington, che disse: “Ascolti, Signor Presidente, voglio dirle che quaggiù non ci trattano bene...”. E veramente non li trattavano bene, i neri. Lavoravano, circa, 15 ore al giorno, sotto le frustate del padrone o chi per lui; paga misera, a volte sotto forma di qualche dollaro, a volte di whiskey, a volte non pagati per mesi; << <<  […] non avevano accesso alle strutture pubbliche, […], alloggiati malamente, insultati e brutalizzati in continuazione e non avevano diritti davanti la legge 1 >> >>. Il Delta era l'inferno, e i neri segregati i dannati. I dannati erano gli unici che potevano essere pagati pochissimo; che sapevano portare, con il canto, un mulo in cima all'argine del Mississippi per scaricare la terra; gli unici che riuscivano a caricare sul battello, sempre cantando, balle di cotone pesanti quanto loro.

È stretto il legame tra musica dell'Africa occidentale e blues americano, così com'è stretto quello tra blues americano e lavoro. Il canto, dicono, faceva volare la giornata alla piantagione. In un primo momento il blues fu corale: gli schiavi portavano avanti il lavoro infernale col canto, lo ritmavano al fine di svolgerlo nel migliori dei modi ed evitare, così, frustate aggiuntive del padrone o dell'aguzzino della prigione. Senza la cadenza giusta data dal ritmo del canto, sarebbe stato impossibile, per i neri, rendere il Delta un posto vivibile. I neri sono riusciti a piegare la sua natura selvaggia. Hanno costruito l'argine che impedisce al poderoso Mississippi di straripare. Hanno lavorato d'inverno e d'estate, ogni giorno, esclusa la santa domenica; sia quando il Padreterno faceva nevicare o piovere su quell'inferno, sia quando il caldo soffocante attanagliava uomini e bestie; sia quando il blues li aveva presi, che quando non li aveva presi. I neri hanno reso il demoniaco Delta un posto vivibile per i bianchi, il loro lavoro ha reso ricchissimi i loro padroni. Tutto in cambio di qualche dollaro e di un po' di alcool a testa: cioè il prezzo della sussistenza. È questo il paradosso americano: l'essere cresciuti su questo, l'essere la nazione dove tutti nascono liberi e poi vivere sopra queste contraddizioni.

Questo è il blues degli albori: canto del capo squadra che si imposta come una “chiamata”, una domanda; e poi risposta a tempo del coro, cioè gli altri lavoratori-schiavi; tutto su scale di assai probabile origine africana. Per maggiore chiarezza, vi indirizzo, ovviamente, all'opera di Lomax, capace di discorrere molto approfonditamente dell'aspetto musicale; capace anche di regalare immagini meravigliose ed eloquenti sul Delta, sulla sua crudeltà e sulla vita, con i rapporti tra i suoi abitanti, quindi sul rapporto tra bianchi e neri: la violenza fisica e mentale dei primi e l'asservimento o ribellione dei secondi. Spesso, i neri si convincevano di essere inferiori.

<< << Il blues è la musica del diavolo e noi i suoi figli 2 >> >>: è stretto il legame tra blues e religione. Il blues, << << […] la musica del diavolo […] 2 >> >>, considerato tale per via della sua sensualità (i testi, più o meno tacitamente, parlavano, spesso, di rapporti sessuali; poi anche il ballarlo era sensuale) e considerato tale per il fatto che i bluesman vivevano nel continuo peccato, paradossalmente, è legato allo spiritual, genere musicale afro-americano dai testi di ispirazione biblica, cantato nelle chiese. Molti bluesman, dopo una vita di vagabondaggio, alcool e donne, per paura di finire all'inferno, in vecchiaia, abbandonarono il blues per riavvicinarsi alla Chiesa. Chiesa territorio delle donne: se gli uomini lavoravano, e quindi erano più soggetti alle ingiustizie del Delta, quindi al blues, le donne si spostavano da casa alla chiesa, crescevano i figli ed avevano tempo per tradire i loro uomini. La misoginia, causata dall'infedeltà di donne, secondo i neri del Sud, cattive, era al centro dei rapporti tra uomini e donne del Delta. Le donne sceglievano spessissimo matrimoni “di convenienza” e si sentivano potenti ed influenti quando un uomo cantava un blues su una donna che gli aveva spezzato il cuore.

In un secondo momento, quando i bianchi provarono, tra gli anni '10 e '20, a spezzare i legami tra neri, il blues divenne più lirico. Infatti, i bianchi, con la mezzadria, cioè con la divisione dei profitti con un contadino nero, sconvolsero il mondo del lavoro del Delta, nella misura in cui, tendenzialmente, smisero di far lavorare più neri insieme, in modo tale da evitare che in loro si potesse creare una pericolosa coscienza collettiva. I neri, quindi, spesso, si ritrovarono a lavorare, da soli, piccoli appezzamenti per se stessi e per la propria famiglia, dividendo il profitto con il padrone.

Poi, con l'urbanizzazione del Delta, i neri cominciarono, più spesso, a trovarsi, da soli, nelle grandi città. Qui nacque il blues urbano, quello nel quale << << [...] la sonorità elettrica sostituì quella del metallo e del legno e la chitarra cominciò a perdere la sua voce umana 1 >> >>. Dal blues di Leadbelly e da quello del leggendario bluesman che vendette l'anima al Diavolo, Robert Johnson, cioè il blues rurale, fatto da voce triste, chitarra in legno e armonica, si passò al blues di Muddy Waters, precursore del rock 'n' roll con la sua “Rollin' Stone”. Muddy Waters rivoluzionò la musica, in modo inimmaginabile, con << << l'adattamento degli strumenti europei allo stile orchestrale afro-europeo […] 1 >> >>: cioè adattò la chitarra elettrica, il piano, la batteria a quello che era il canto, la coralità ed il modo di vivere dei neri statunitense; neri << << Sotto-occupati, male alloggiati, spinti alla disperazione e al crimine dalla povertà 1 >> >> e che << << ricevevano solo le briciole del banchetto della fiorente economia americana 1 >> >>. Da quel momento la strada fu segnata e in discesa: negli anni '50, i bianchi cominciarono a sentirsi come i neri, forse sintomo del fatto che nell'America socialdemocratica qualcosa non funzionava. Qui iniziò un'altra meravigliosa storia, fatta anche di sofferenza e ribellione: da Elvis ad oggi, il rock 'n' roll vive, sotto diverse forme, nel cuore di moltissimi uomini.

<< << La nostra specie non è mai stata così ricca e potente , né così piena di malessere. Disperati e senza tetto, in America e in tutto il mondo, vivono all'ombra di un lusso e di una produttività impensabili, come avveniva nel Delta del Mississippi all'inizio del secolo. […] La tecnologia ha reso la nostra specie ricca e piena di risorse come non mai, ma ricchezza e risorse appartengono a pochi individui, grandi aziende e nazioni privilegiate. La maggior parte degli esseri umani e delle nazioni non ha accesso al lusso tecnologico e questo stato di squilibrio è mantenuto da eserciti e armamenti capaci di distruggere il pianeta. Azioni e stati d'animo di ricchi e poveri sono pervasi di rabbia e ansia e la voce tormentata del blues del vecchio Delta risuona nei quartieri bassi come nei palazzi. In condizioni così minacciose la maggior parte della gente ha paura di parlare […]. I poveri abbassano la testa e sorridono quando c'è il padrone: tutti imparano a tacere di fronte ai paradossi più mostruosi 1 >> >>.


1 Alan Lomax

2 Walter Mosley

                                                                                  Proprietà di Alan Lomax e di tutti,                                                                                                        rielaborata da Alberto Mannino.

lunedì 25 agosto 2014

Edge of Blair (1/3) : New Labour

La Terza Via e il sogno poi infranto della sinistra

Rinnovamento e progresso per affrontare la modernità

Nel corso delle prossime settimane affronteremo il percorso politico di uno dei personaggi che più ha segnato gli ultimi anni, sia nel bene che nel male. Sto parlando di Tony Blair, Primo Ministro inglese dal 1997 al 2007. Attraverso tre tappe analizzeremo la strada della terza via dai successi ai fallimenti, fino al disastro dell'Iraq. Analizzeremo l'eredità politica di quell'esperienza e le sue conseguenze, utile a comprendere il mondo di oggi e le similitudini con il caso italiano e il Presidente del Consiglio Matteo Renzi.
Tony Blair mette piede nella vita pubblica per la prima volta nel 1982, durante le elezioni suppletive di Beaconsfield rivestendo il ruolo di candidato laburista. Il seggio sopracitato è da sempre una roccaforte conservatrice, vincere è una pia illusione. Proprio per queste sue caratteristiche il giovane Blair decide di candidarsi a soli 29 anni per il Parlamento. Essendo una battaglia persa in partenza, il partito laburista non cerca un vero candidato ma un folle che accetti da subito la sconfitta. In tal modo Blair decide di lanciarsi all'avventura, conscio si della sconfitta annunciata ma bensì sicuro di ottenere la sua prima vetrina pubblica che gli permetta di far circolare il suo nome e guadagnare qualche posizione all'interno del partito. Nulla da perdere e tutto da guadagnare, questo il pensiero nella mente di Tony Blair che da perfetto sconosciuto riuscirà a farsi conoscere in breve tempo, nonostante la sconfitta annunciata. Nel 1983 Tony Blair vince il suo primo seggio elettorale per il Parlamento a Sedgefield; queste le sue prime parole da deputato al Parlamento: "Non sono socialista perché la lettura di un libro di testo ha acceso la mia fantasia e neppure perché provengo da una tradizione accettata senza riflettere; lo sono perché credo che il socialismo sia l'ideale più vicino a un'esistenza che sia insieme, razionale e morale. Esso è per la cooperazione, non per la competizione; per l'amicizia, non per la paura. Esso sostiene l'uguaglianza". Negli anni egli ricoprirà un ruolo sempre più importante all'interno del partito insieme al'amico-rivale Gordon Brown, fino a ricoprire il ruolo di ministro ombra dell'interno. Nel 12 Maggio 1994 avviene la svolta, muore il leader del partito John Smith, si apre così la lotta per la successione. L'obbiettivo è riportare al governo i laburisti dopo 18 anni all'opposizione, Tony Blair è pronto, è il suo momento, ha pronto il piano per battere i Tory. Bisogna cambiare, bisogna guardare al futuro e al mondo che cambia, bisogna essere un partito nuovo, progressista e aperto nel quale tutti possano essere rappresentati, anche il ceto medio. Blair vuole che anche la classe media e imprenditoriale possa votare Labour anzi New Labour; se si crede nell'eguaglianza, nel progresso, nella giustizia nell'istruzione allora dovevi votare New Labour. Si New Labour, una nuova visione del mondo che abbandoni le posizioni dogmatiche del passato, come la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, che guardi all'intero popolo britannico e non più solo al ceto operaio ormai in dissoluzione; una Terza Via al socialismo e al liberismo, non più destra e sinistra ma cambiamento contro conservazione, guardare alla modernità. Queste le premesse per costruire il partito di sinistra che possa vincere ora e in futuro. Dopo lunghe trattative private tra Tony Blair e Gordon Brown, quest'ultimo decide di non partecipare al congresso e di sostenere il rivale Tony diventando suo secondo, nonostante le divergenze tra i due sul ruolo statale e degli investimenti pubblici (2 elementi del DNA di Gordon). Tony Blair diviene il leader del partito laburista e inizia subito il processo di trasformazione.
 Nasce il New Labour, si cambia lo statuto eliminando l'articolo sulla nazionalizzazione dei mezzi di produzione, si impronta la campagna su legalità e istruzione, duri con il crimine e duri con le cause del crimine, si parte dalla scuola con lo slogan "Education Education Education". Le parole di Blair al Times nel 1995: "Le prime vittime del degrado sociale sono i bisognosi e gli svantaggiati. E' per questo motivo che la sinistra dovrebbe occuparsene seriamente(...)Il centrosinistra dovrebbe essere la posizione dei meritocratici del xxi secolo(...)Il governo laburista che spero di poter dirigere sarà rivolto verso l'esterno, sarà internazionalista e sostenitore del libero mercato e non di un superato e fuorviante nazionalismo. E' un centrosinistra rinnovato e rivitalizzato che è chiamato a rispondere e a formare la nuova società del cambiamento. Se saprà sfuggire i limiti di una volta, imparando dalla storia e non vivendo nel passato, sarà ben equipaggiato sia intellettualmente che filosoficamente per l'avvenire. E' proprio per questi scopi che il New Labour continuerà a cambiare". Il New Labour deve essere moderno, pronto a guidare il cambiamento, a costruire il futuro e una "Gran Bretagna Migliore" ("Because Britain deserves better" il manifesto). Nel 1997 Tony Blair diviene Primo Ministro con 418 seggi su 659, una vittoria schiacciante che riporta la sinistra al Governo, e così sarà ancora per 2 volte consecutive fino al 2007. Blair diventa l'icona mondiale della sinistra moderna e vincente, come Clinton negli States, insieme diventano l'esempio per la sinistra nel mondo. Nascono anche pareri nettamente contrari, che vedono la nuova visione come non più di sinistra ma di destra, un tradimento degli ideali socialisti; le parti così si dividono. Il New Labour è sicuramente una macchina vincente, per molti è solo un operazione di marketing politico, vuoto e privo di idee; per Blair è molto di più, è una visione nuova e originale che potrà guidare la nazione sia ora che in futuro. Il sogno di una sinistra neoliberista sarà poi infranto dalla crisi economica del 2008, contro la quale nulla è stato fatto, fermi nell'immobilismo liberista dimenticando l'intervento statale e la spesa pubblica. La Terza Via non risolve la crisi economica poiché ne è essa stessa artefice. 
Abbiamo così attraversato il cambiamento e la vittoria della sinistra inglese; nella seconda parte affronteremo i primi anni di Governo , la pace in Irlanda del Nord, il legame con Clinton e la guerra in Kosovo.


Giorgio Mineo 

mercoledì 20 agosto 2014

Non basta il Presidente nero

White America: Stati Uniti senza libertà


Quello che è accaduto una settimana fa, a Ferguson, Missouri, cioè l'assassinio di un nero da parte di un poliziotto bianco, e quello che è successo dopo, gli scontri e le tensioni con la polizia nelle notti americane, ma anche le manifestazioni pacifiche, possono farci affermare che forse esiste un'America bianca ed un'America nera e che i governi degli Stati Uniti non sono liberali, bensì tirannici.
Molte circostanze fanno gridare all'America che questo è stato un omicidio a sfondo razziale: dai testimoni che affermano che Michael Brown, il ragazzo ucciso, era disarmato; dai sei colpi che hanno colpito il bersaglio, quasi a volersi accanire, decisamente troppi anche per un bersaglio che, come sostiene le polizia, era armato; dal fatto che questi strani omicidi accadono con una certa frequenza negli States. Omicidio avvenuto in un sobborgho nel quale il 60% della popolazione è nera, il 90% dei poliziotti sono bianchi, così come la maggior parte dei funzionari pubblici e dei rappresentanti politici. Non solo Ferguson, periferia di St. Louis, ma anche tante altre città americane vivono situazioni del genere. Nella stessa America, in alcuni luoghi, ne vivono due di Americhe: applicazioni diverse della legge per bianchi e neri, salari diversi a seconda del colore della pelle, quartieri e scuole bianchi e neri. Negli Stati Uniti c'è chi ancora vive segregato, urlano da più parti. E se da un lato le comunità nere lottano a Ferguson e non solo, un'ala del Ku Klux Klan, folkloristicamente, lancia una colletta per il poliziotto bianco. Insomma: "i fantasmi del sud razzista" sembrano non abbandonare mai gli USA, spettri che fanno parte degli Stati Uniti dalla loro nascita. Dai padri fondatori, illuministi e cristiani, cioè bianchi che credevano che tutti gli uomini nascono uguali e liberi, eccetto i neri, quindi uomini capaci di continuare a far perpetrare quell'abominio chiamato schiavitù, passando per le piantagioni dell''800 americano e di inizio '900, fino al sindacalismo del rastafariano Marcus Garvey ed alle marce per i diritti civili negli anni '60, quelle dei religiosi Martin Luther King e Malcom X. Il legame tra religione e comunità nere è fortissimo. Storicamente le chiese cristiane sono state fondamentali nel creare unione tra i neri d'America: in questo modo il messaggio cristiano è diventato emancipativo per le comunità nere, le quali sognano veramente un mondo cristiano dove bianchi e neri nascano uguali. Jesse Jackson, reverendo che lottò con Martin Luther King, candidato alle primarie democratiche dell''84 e dell'88, partecipa anche a questa lotta e, come tutti gli altri partecipanti, chiede che sia fatta giustizia.
Obama, è, come sostiene Federico Rampini, braccato dalla destra americana. In questo modo non può esporsi tanto, sostiene il giornalista, nel difendere le comunità da cui proviene. Il presidente ha però ammesso che la polizia ha abusato del suo potere. Infatti le forze dell'ordine hanno utilizzato metodi militari, trasformando la periferia nord di St. Louis in campo di battaglia iracheno o afghano. La zone non può essere sorvolata, così che gli elicotteri delle tv non possano filmare la zona. Non possono nemmeno entrare i giornalisti. Ne sono stati arrestati due: in questo modo la polizia e la Guardia Nazionale, mandata dal governatore Jay Nixon, calpestano il primo emendamento della Costituzione americana: "Il Congresso non promulgherà leggi [...] che limitino la libertà di parola, o di stampa [...]". A Ferguson operano blindati della polizia. Oltre ai blindati sono usate altre attrezzature militari, create per l'anti-terrorismo più che per la pubblica sicurezza. Sostiene Trevor Burrus, ricercatore del Cato Institute, che nel 90% delle città americane medio-piccole, quindi nel mondo della provincia americana, la polizia è affiancata da squadre SWAT, unità speciali destinate ad operazioni anti-terroristiche. In questo modo gli Stati Uniti rendono un lembo della loro terra di questo "pugno di fango" una zona di guerra e fanno la guerra contro i loro cittadini.
La libertà assoluta era il fine di coloro che scrissero la Costituzione americana, una libertà così assoluta che non riusciremmo nemmeno ad immaginarla: uno dei concetti più alti che l'intelletto umano abbia mai raggiunto. Libertà, per esempio, dal pregiudizio razziale ed ai perseguitati ed oppressi dal pregiudizio. Così tanta libertà che, in verità, chi manifesta violentemente a Ferguson, per certi aspetti, nel solco della migliore tradizione liberale, ha il diritto di farlo. Sosteneva il liberale Locke, infatti, che in uno Stato liberale gli uomini hanno il diritto di possedere delle armi, in modo tale che, nel caso in cui il governo diventi tirannico, possano rovesciare la tirannia e rimettere il potere nelle mani di chi farà buon uso di quel potere. Migliore tradizione liberale, affermo, non per l'uso delle armi e della violenza, ma per l'idea di fondo: il popolo ha, veramente, il controllo sui governanti. Questo è, forse, uno dei taciti motivi che hanno portato i padri fondatori a redigere il II emendamento della Costituzione, quello nel quale si concede il diritto di possedere armi. Il diritto di spodestare un governo tirannico, ovviamente, fu presto sepolto quando, nel mondo, i liberali, con varie rivoluzioni, presero il potere: a quale forza governante converebbe il mantenimento di un tale diritto? Ovviamente, sosteneva Locke, questo diritto, chiamato d'insurrezione, non può sempre essere adoperato. Lo si può adoperare dopo molto tempo passato sotto le catene della tirannia e della schiavitù: bastano cinquecento anni di abusi e violenze adoperate sui neri sul suolo americano?



                                              

                                                                                                                      Di Alberto Mannino

sabato 9 agosto 2014

La nascita della filosofia secondo Giorgio Colli

Filosofia e sapienza



Giorgio Colli è stato un filosofo e filologo del novecento, noto per essersi occupato con acribia della traduzione italiana delle opere di Nietzche, sistemandole in un’edizione critica che emendava le raccolte degli scritti del filosofo da tutte le interpolazioni faziose e le manipolazioni massicce dovute all'infausta opera della sorella, amica di Hitler e responsabile della cosiddetta "nazificazione" del pensiero di suo fratello. Colli apprezzò la prospettiva e il metodo di analisi critica adottato da Nietzsche che consistè essenzialmente in una globale critica della tradizione del pensiero filosofico occidentale alla luce del modo di sentire, di vedere e di pensare tipicamente greco, pienamente identificabile nella tragedia del V secolo. Colli si assesta in seno al filone filosofico-interpretativo (Schopenauer-Nietzsche-Colli stesso- oggi: Angelo Tonelli) che mette su un' impostazione singolare del problema della grecità e delle sue forme espressive e artistiche. Congiuntamente,  è perorata una visione anticonvenzionale della nascita della filosofia che la riconduce allo sciamanesimo orientale e iperboreo poi traspostosi nel culto eleusino-misterico di Dioniso. In generale, questo filone di pensiero rigetta l'approccio razionalistico egemone allo studio della filosofia greca antica, ritenendo piuttosto che essa debba essere esaminata secondo una prospettiva più vicina a quello che era il substrato culturale dei greci d'età arcaica: il retroterra cultuale dei misteri eleusini che erano delle festività religiose di ispirazione orientale, di massima importanza per la vita comunitaria degli ateniesi.

Uno dei problemi attenzionati da Colli è stato quello della nascita della filosofia, alla cui risposta ha dedicato un libretto di poche pagine, ma densissimo, in cui collega la filosofia stessa, prodotto precipuo dell’esperienza storico-ideale di Platone, alla longeva e remota tradizione della “sapienza greca”. L’impostazione del problema da districare verte proprio su quest’ultima, pertanto il quesito generale che viene sollevato si chiede quando e come la sapienza greca sia nata, per poi rilevarne i fattori di continuità che si sono protratti nel tempo, sino alla nascita della filosofia con Platone. Giorgio Colli, da ammiratore e studioso assiduo di Nietzsche, trae spunto per la sua disamina proprio da una sua opera, “la nascita della tragedia”, da cui estrapola il metodo di analisi scelto dall’autore, consistente in un’approssimazione critica alla Grecità, e ad una sua particolare espressione culturale (la tragedia nel caso di Nietzsche, la sapienza nel caso di Colli), mediante la selezione di alcune figure simboliche cruciali che ne serbano il significato e il senso autentici. Si potrebbe intendere come uno studio simbologico che nei simboli, per l’appunto, vede le chiavi di lettura più adatte per comprendere lo spirito greco. Dioniso e Apollo sono le due figure scelte da Nietzsche e da Colli, ma quest’ultimo dà loro delle significazioni estremamente diverse da quelle nietzschiane, alla luce anzitutto del diverso oggetto di ricerca: la sapienza.

I Greci: sapienza e follia visti nel segno di Apollo.


Colli ritiene che non ci si debba domandare quali siano le origini della filosofia, perché senza dubbio essa sorge nella sua essenzialità con Platone, concepita come un’attività educativa che si dispiega nella forma letteraria del dialogo. Piuttosto è più utile chiedersi quali siano le origini della sapienza, perché è a questa che si ricollega espressamente la “filosofia” di Platone, sia semanticamente (“amore della sapienza”) sia ideologicamente. L’obiettivo di Platone è recuperare la sapienza antica, o quanto meno di avvicinarvisi.

Quindi, quali sono le radici della sapienza greca ? Secondo Colli sono ravvisabili nel valore accordato dai Greci alla figura di Apollo. Tralasciando tutte le critiche e le rettificazioni alla significazione nietschiana di Apollo, Colli rileva come questo sia l’attestazione simbolica del luogo naturale e del valore supremo dati dai Greci alla sapienza (“sophia”). L’ambiente precipuo in cui germina la sapienza greca è quello religioso, oracolare, misterico, mistico. Apollo è il dio a cui sono riservati svariati santuari disseminati per il suolo greco; il suo culto è importantissimo perché esprime l’amore tutto greco per la conoscenza, vista come dono divino comunicato agli uomini per tramite dell’oracolo. Ma che tipo di conoscenza ? In che modo è comunicato questo messaggio e qual è la fisionomia di questo dio, Apollo ? La conoscenza trasmessa è un sapere divino, tradotto per gli uomini sotto forma di divinazione, affinché sappiano il proprio futuro o abbiano una guida, un punto di riferimento per la propria condotta di comuni mortali. Questo messaggio, però, è criptico e ambiguo, estremamente allusivo e per nulla chiaro. Il dio provoca l’uomo, lo spinge a cimentarsi in una sfida, quella di decifrare il messaggio da lui inviatogli; ed è per questo che risulta crudele e malevolo per questa sua mancanza di chiarezza. Apollo è raffigurato talvolta con la lira, che simboleggia la sua azione propizia, talora con l’arco, segno della sua azione ostile verso l’uomo (come succede nel primo libro dell’Iliade, quando Apollo semina la morte nell’accampamento greco, scagliando le sue frecce). L’arco e la lira simboleggiano la parola, attraverso cui la sapienza divina discende nel mondo degli uomini, ora devastando impietosamente, ora intervenendo in aiuto.

Dunque, ricapitolando, la sapienza greca affonda le radici nell’ambiente religioso. La sua espressione avviene nel santuario, per mezzo dell’oracolo; il suo esserci è dovuto al contatto mistico avuto dall’oracolo con il dio, fonte naturale della sapienza stessa, che, però, venendo comunicata all’uomo, si risolve in un messaggio estremamente criptico ed enigmatico.  Ma andiamo alla domanda nodale: in che modo è comunicato questo messaggio ? Per rispondere a questo quesito, Colli mette in discussione le valenze antitetiche attribuite da Nietzche ad Apollo e a Dioniso. Questi, infatti, sostiene essenzialmente che lo spirito greco sia comprensibile solo se si considerano le sue due istanze emergenti: quella apollinea e quella dionisiaca. Alla prima è ascritta la tendenza a costruire sistemi teorici definitivi, per via del suo congenito senso della misura e della sua pura razionalità spassionata. Alla seconda è ricondotta la tendenza a far valere l’immediatezza e la caoticità della vita, contro ogni pretesa della forma di ingabbiarla conclusivamente. Colli spiega che Apollo in realtà condivide con Dioniso un’intrinseca follia (“mania”) , sulla scia di “Apollo Iperboreo”, fatto risalire dai Greci a delle popolazioni dell’estremo settentrione in cui si praticavano riti sciamanici improntati al misticismo. In più, rileva come Platone nel Fedro, paradossalmente, elogi la follia come stato d’animo necessario a che si possa attingere la sapienza, intesa come divinazione.

In conclusione, la sapienza greca sorge nell’ambiente religioso-oracolare (culto di Apollo) e la sua matrice di fondo è la follia. L’esempio più chiaro ed evidente di questa commistione tra conoscenza e religione, tra sapienza e follia, è il significato del concetto di “theoria” che originariamente indica la partecipazione ad una festa religiosa.

Arianna, Orfeo e il dio-animale (Dioniso)



Teseo e il Minotauro
Se Apollo simboleggia la sapienza stessa, carpita dagli uomini per mezzo dell’oracolo, Dioniso può essere visto come il “presupposto della conoscenza”, perché, in quanto divinità eleusina, è oggetto di un culto che nella pratica culmina in una fusione mistica col dio, nell’estasi. Questa amalgama mistica al dio è il simbolo di ciò che richiede la conoscenza, ovvero partecipazione del soggetto conoscente all’oggetto conosciuto, in questo caso Dioniso, sicuramente preminente rispetto al soggetto stesso (l’uomo). E’ tipico della sapienza greca, infatti, l’aspetto teoretico, la “theoria”, come detto poc’anzi, nel suo significato di “partecipazione”.

Ma la peculiarità di Dioniso risiede piuttosto nell’immediatezza della vita che trasuda, nell’animalità che lo qualifica intrinsecamente. Colli rintraccia le origini della sapienza nella religione antica, di cui eleva a simbolo-chiave il culto di Apollo risalente all’incirca ai primordi del I millennio; l’altro percorso di indagine è il mito, molto più antico, le cui radici temporali risalgono alla seconda metà circa del II millennio a.C.                                                                                           Il mito ci rimanda ad un’origine ancora più remota della sapienza, fino ad  ora ricollegata al culto di Apollo e alla follia. Se Apollo ha origini dall’Apollo Iperboreo che i Greci riconducevano alle popolazioni dell’estremo settentrione,  Dioniso sembra allignare in principio nella mitologia cretese (mondo minoico-miceneo), per poi subire delle modificazioni che ne attenuano l’originaria ostilità all’uomo.

Il mito di Arianna è il documento storico a cui appellarsi per decifrare i connotati più primordiali e remoti di Dioniso che lo ritraggono come un dio-animale (il minotauro rinchiuso nel labirinto), il cui destino è di risultare sempre vincitore.

Occorre soffermarsi sul “labirinto”, perché è il punto di dissidio tra l’uomo e il dio, così come lo è l’ “enigma” nel caso di Apollo. Il labirinto simboleggia l’occasione offerta dal dio all’uomo a che si illuda di poterlo sconfiggere attraverso i propri espedienti razionali. Come precisa Colli, Platone usa nell’ Eutidemo la locuzione “gettati dentro un labirinto” per significare un alto grado di complessità dialettica e razionale. Il labirinto stesso, per l’appunto, allude alla ragione, al “logos” che tenta con i suoi mezzi di intrappolare il dio-animale, Dioniso. Il conflitto tra il dio e l’uomo è qui pienamente in atto e alla fine il tentativo del primo di ricondurre la razionalità del secondo alla sfera dell’animalità prevale, grazie alla figura-chiave di Arianna.

E’ col mito di Orfeo che avviene quella trasfigurazione simbolica che dipinge Dioniso come un dio meno ostile e bestiale, più vicino all’uomo. La sua figura, sempre però crudele, si articola in forme espressive che sono solo umane, diversamente da quanto accade nel mito di Arianna. Queste sono l’emozione, la poesia, la musica, tutte capacità e qualità che ci suggeriscono un’avvenuta edulcorazione dell’immagine di Dioniso. Ciononostante, il dio si manifesta sempre nell’atto di punire con ferocia l’uomo, come Orfeo che tradisce il culto di Dioniso per accordare il suo favore a quello di Apollo e per questo viene dato in pasto alle Menadi.

In conclusione, il processo di trasfigurazione simbolica di Dioniso è la manifestazione dell’altro aspetto della sapienza greca: l’immediatezza e la spontaneità animalesca della vita. Queste due componenti si congiungono con la parola e la conoscenza, coessenziali al culto di Apollo; tutte e quattro sono collocate sullo sfondo della “mania” (follia).


Dio e l’uomo: la “frattura metafisica” e il cammino verso la filosofia.



Giorgio Colli inizia a porre le premesse per il discorso importante sul passaggio dalla sapienza alle nuove forme di espressione razionale, astratte e dialettiche.

Riepilogando, la sapienza greca si dispiega sul terreno fecondo del rapporto religioso (oracolare, mistico, misterico ecc.) tra l’uomo e il dio, sia Apollo o Dioniso. Con Apollo e Dioniso i Greci intrattengono un rapporto travagliato, con l’uno cercano di carpire la conoscenza, espressa attraverso la parola sotto forma di divinazione (enigma); con l’altro cercano di tenere sotto controllo tutto ciò che è immediato e bestiale (“istintuale”), attraverso la ragione, il “logos” (labirinto). In entrambi i casi si tratta di sfide tra l’uomo e il dio. La conoscenza è una sfida offerta da Apollo all’uomo, questo aspetto agonico si coglie nella natura ambivalente e oscura del responso oracolare e l’enigma è il punto critico di contrasto tra l’uomo greco, che mira alla conoscenza, e il dio che è sostanzialmente ostile all’uomo.

A questo punto Colli spiega il concetto di “frattura metafisica”, ossia quella spaccatura netta e recisa che sussiste tra la sfera del divino e la sfera dell’umano. L’enigma è il punto di interconnessione conflittuale e critica tra l’uomo e il dio, Apollo. Colli spiega come l’enigma sia il fulcro attorno a cui ruota il processo di trasfigurazione della sapienza greca in dialettica, retorica e infine filosofia. A tal proposito occorre impostare il discorso sotto due punti di vista, riprendendo il problema generale e chiarendo che cos’è l’enigma. Problema generale: in primis Colli si chiede quali siano le origini della sapienza greca, per capire il significato storico-ideale della filosofia sorta con Platone. Questa si pone come un tentativo di riavvicinarsi alla sapienza degli antichi, in quanto “amore della sapienza”.  Una volta spiegato che cos’è la sapienza attraverso i due culti di Apollo e di Dioniso, si giunge all’enigma come momento critico di passaggio.

 Ma in che senso l’enigma è il punto di raccordo tra la sapienza e le nuove forme astratte di pensiero (dialettica anzitutto) ? 

Chiediamoci prima che cos’è l’enigma secondo Colli, tracciando la sua evoluzione storico-semantica alla luce di quella che è la prospettiva trainante: il rapporto tra sfera divina e sfera umana, con progressiva autonomizzazione dello spazio umano . Per questo, ci si può avvalere direttamente di un passo suntivo dell’autore.

“Si è detto che con l’entrare dell’enigma nella sfera umana, con l’attenuarsi della sua provenienza dal dio, va affermandosi sempre più una sua formulazione contraddittoria. C’è un nesso fra i due fenomeni ? prima di esaminare questo problema, occorre vedere come vada configurandosi questo umanizzarsi dell’enigma, il che coincide con la nascita dei sapienti. Prima il dio ispira un responso oracolare, e il “profeta”, per dirla con Platone, è un semplice interprete della parola divina, appartiene ancora totalmente alla sfera religiosa. Poi il dio, attraverso la Sfinge impone un enigma mortale, e l’uomo singolo deve scioglierlo, pena la vita. Infine due divinatori lottano tra loro per un enigma , Calcante e Mopso: non c’è più il dio, rimane lo sfondo religioso, ma interviene un elemento nuovo, l’agonismo, che è qui una lotta per la vita e per la morte. Un passo ancora, cade lo sfondo religioso, e viene in primo piano l’agonismo, la lotta di due uomini per la conoscenza: non sono più divinatori, sono sapienti, o meglio combattono per conquistare il titolo di sapiente.”


Da questo Colli inferisce che l’intero processo di umanizzazione dell’enigma, che perde il suo valore religioso-simbolico di sfida lanciata all’uomo dal dio, si manifesta in una sempre più frequente formulazione contraddittoria del medesimo, a tal punto che alla fine Aristotele ne rintraccia le proprietà formali nella contraddizione stessa che, però, significa qualcosa di reale. E con questo si risponde alla domanda sul modo in cui debba interpretarsi l’elevazione dell’enigma a punto di raccordo tra la sapienza e la dialettica. L’enigma viene umanizzato e mondanizzato, svuotato del suo significato primordiale (religioso-oracolare) e rielaborato in chiave nuova, mantenendo la sua struttura formale contraddittoria e dilemmatica e la sua latente natura agonica, che alle sue origini si traduceva nel conflitto col dio e che adesso si risolve unicamente nella sfera umana.

 Enigma, sapienza e dialettica.

Avviene quindi un’umanizzazione dell’enigma che traspone la sua contraddittorietà e il suo spirito agonico dall’àmbito divino a quello umano. C’è una nuova pratica che incomincia a plasmarsi, discendendo dalla sapienza: la dialettica.

Colli spiega che cos’è: “La dialettica è qui usata nel senso originario e proprio del termine, ossia nel significato di arte della discussione, di una discussione reale, tra due o più persone viventi, non escogitate da un’invenzione letteraria.”.

Con la dialettica il “pròblema”, che presso i tragici veniva impiegato col significato di “ostacolo”, a indicare la sfida cui il dio sottopone l’uomo, incarna il passaggio dall’agonismo sapienziale dell’enigma, cifra del conflitto dio-uomo, all’agonismo solo umano tra due persone che si contendono il titolo di sapiente, sollevando un “pròblema”, una questione, un problema, come diciamo noi ancora oggi, che si pone come un dilemma con due opzioni contraddittorie che corrispondono alle due tesi contrapposte che devono essere perorate dall’uno e dall’altro interlocutore.

In sintesi, le basi della filosofia si pongono con la dialettica e la dialettica è frutto di un’umanizzazione dell’enigma che, nell’àmbito di un agonismo solo umano, diventa “pròblema”, “interrogazione”, “ricerca”, “aporia”, “domanda dubbia”. Tutti termini che nell’assimilazione di nuovi significati serbano quelli originari inerenti all’enigma sapienziale-oracolare.

 Il cammino verso la filosofia: la dialettica di Parmenide e Zenone, la retorica di Gorgia e la filosofia di Platone.


 Colli si sofferma sui protagonisti della dialettica, quelli che le hanno dato una statura dirompente e che ne hanno sviluppato le potenzialità sino alle estreme conseguenze (Zenone). Per capire questo discorso bisogna integrare la definizione suddetta di dialettica. Essa è l’arte del discutere tra persone in carne e ossa, intorno ad un certo problema che viene sollevato e che viene trattato da due interlocutori sotto due punti di vista contraddittori, perorando due tesi contrapposte. Una caratteristica congenita della dialettica è la sua vena distruttiva, la sua attitudine naturale a demolire le tesi altrui, ma, se richiesto, anche le proprie. Non importa confutare le tesi altrui, per avvalorare e rafforzare la propria. I dialettici sono dei critici, dei demolitori, dei confutatori  che non avanzano alcuna tesi positiva, costruttiva, perché il loro convincimento radicato e presupposto è che tutto è confutabile e nulla è certo. Questo è lo spirito originario della dialettica. Essa è una tecnica interrogativa che per domande e risposte deduce i tanti anelli di un ragionamento complesso dalle risposte date dal rispondente; questo ragionamento che collega tutte le risposte serve ad esplicitare le incoerenze insite nella perorazione dell’interlocutore avversario.

Dunque, ricapitolando, la dialettica è quell’arte della discussione, congenitamente demolitrice, che è il prodotto della progressiva umanizzazione dell’enigma, del “pròblema” dei tragici, che poi si è trasfigurato nel “pròblema” dei dialettici, emendato da ogni significazione divina e sapienziale. In più, il terreno di coltura dell’enigma era quello divino, ai primordi; divino e insieme umano, in seguito, ed esclusivamente umano a partire dai dialettici. Andiamo ai protagonisti della dialettica. Eraclito, Parmenide e Zenone sono ancora annoverabili tra quei sapienti di mezzo che ancora tentano di coniugare equilibratamente, chi più chi meno, la sfera del divino con la sfera dell’umano, perché, come è stato precisato sopra, sin dalle origini della sapienza greca, è latente questa tensione conflittuale tra il dio e l’uomo. Questa tensione verrà via via stemperata attraverso la marginalizzazione del dio e confinata nell’àmbito del mero agonismo umano (dialettico). Il dio viene sopravanzato dall’uomo. Secondo Colli è intenzione di Eraclito, di Parmenide e di Zenone arginare la tensione nichilistica insita nella dialettica demolitrice, tentando di combinare in modo conciliante il retaggio sapienziale enigmatico-religioso con le nuove acquisizioni: la dialettica.

Eraclito risolve positivamente questa tensione caratterizzando la propria dottrina in senso enigmatico. In altre parole, traccia le linee della sua dottrina al fine di esprimerla come un enigma, sulla scia di quelli antichi, a cui però dà una profondità di significato e di senso inaudita e dalla cui risoluzione fa dipendere la scoperta del dio nascosto che si cela dietro l’apparenza del mondo sensibile, perpetuata dai “dormienti”.

Parmenide, invece, imposta il problema teoretico in forma dialettica e contraddittoria (“è o non è ?”), concedendo qualcosa alla dialettica, ma subito si impegna a preservare l’enigma, il dio nascosto, dalle tensioni nichilistiche della dialettica stessa, per cui subito, sotto l’egida della dea “Aletheia” (“non nascosto”) , fissa incontrovertibilmente come percorribile solo la via dell’essere (“è”), aborrendo il non essere, massima espressione della dialettica e del suo spirito distruttivo, negativo.

Zenone, il discepolo di Parmenide, porta alle estreme conseguenze le potenzialità della dialettica, dando libera stura alle sue istanze nichilistiche (“nichilismo teoretico”), solo, però, per giustificare la dottrina del maestro, dando a vedere quanto il mondo sensibile sia soltanto apparenza che cela il dio nascosto. La dialettica con Zenone diviene da mera tecnica argomentativa una vera e propria “teoria del logos” in cui si mettono a nudo le deficienze della “ragione”.

Dopo Eraclito, Parmenide e Zenone finisce l’età della sapienza e la dialettica si dimostra una premessa vera e propria alla nascita della filosofia. Ma prima bisogna passare per la retorica.

Retorica e filosofia come letteratura.


La retorica è il prodotto del processo di trasformazione della dialettica che già con Zenone aveva sfoggiato la sua vena distruttiva e nichilistica (il “non essere”). Gorgia radicalizza tremendamente l’insegnamento della dialettica enunciando i  tre punti cardinali della sua dottrina:

1)      L’essere non è.

2)      Se anche fosse non sarebbe conoscibile.

3)      Se anche fosse conoscibile non sarebbe comunicabile.

Qui lo spirito nichilistico della dialettica è ai massimi livelli, ulteriore sviluppo del livello a cui Zenone l’aveva portata, mirando a salvaguardare la sfera del divino, dell’ “essere” contro il “non essere” sopravanzante. Gorgia non si preoccupa minimamente di ottemperare a questo principio di tutela del divino. Con lui l’universo di discorso è unicamente umano, è quello dei nuovi luoghi di discussione che si formano nelle pòleis, animati dalle nuove passioni politiche e oratorie. Dai luoghi elitari e appartati dei dialoghi eleatici si passa a quelli pubblici e cittadini.

La retorica gorgiana modifica considerevolmente il linguaggio dialettico, volgarizzandolo, politicizzandolo e pubblicizzandolo attraverso la scrittura, un medium di comunicazione nuovo, e ormai in procinto di essere egemone, che con Platone concorrerà alla nascita della filosofia come letteratura dialogica. La retorica trasforma l’agonismo umano dialettico, cambiandone le modalità di esecuzione: non ci sono più due interlocutori appartati che si battono per la sapienza, demolendosi le tesi a vicenda, ma due retori che declamano le proprie orazioni in pubblico, dinanzi ad una gruppo folto di persone che si limitano ad ascoltare. Il giudice non è più il dialettico interrogante, ma il pubblico che si sia dichiarato più “persuaso”. La dialettica mira alla sapienza, la retorica mira alla sapienza per  la potenza. La suggestione è il suo modo di vincere, di conquistare le folle. Questo è il suo obiettivo, la sua ragion d’essere.

Ricapitolando…

Dialettica:

1)      Spirito critico-distruttivo.

2)      Tensione intrinseca ad esautorare la sfera del divino, verso un agonismo esclusivamente umano e mondano.

3)      I protagonisti sono Eraclito, Parmenide, Zenone, ma essa ha origini remote.

4)      Il suo luogo naturale è la riunione appartata ed elitaria in cui prende vita il diverbio tra due interlocutori che perorano due tesi contraddittorie. E’ una pratica essenzialmente orale.

5)      Le sue potenzialità si manifestano nella formulazione di categorie teoretiche astratte, alle quali mai si era giunti prima.


Retorica:

1)      È una radicalizzazione del linguaggio dialettico. Ne accentua la vena distruttivo-negativa.

2)       Elimina la sfera divina dal proprio universo di discorso. L’agone oratorio è mondano ancor di più della dialettica, addirittura sfrenato e privo di scrupoli, quando l’unico fine è il persuadere le folle di astanti e non la sapienza dei dialettici.

3)      Il protagonista (il fondatore) è Gorgia.

4)      Il suo luogo naturale è la pòlis evoluta del V secolo (es. Atene). I dibattiti politici molto partecipati, le dispute oratorie, la scrittura e la sua congenita tensione democratizzatrice (per cui chiunque può imparare a parlare e rendere conto di una tesi) sono elementi da cui non può prescindere.

5)      Il suo medium di esplicazione, la scrittura, insieme con altri suoi elementi, prepara il terreno per la filosofia di Platone. Le sue potenzialità si realizzano nella trattazione di temi politici e morali, diversamente dalla dialettica che si occupa di temi teoretici e astratti.

Colli conclude parlando della filosofia. Essa è un genere letterario nuovo che si esprime nella forma del dialogo, il cui padre è Platone. E’ la combinazione delle due esperienze storico-ideali della retorica e della dialettica, perché tratta rispettivamente sia di temi morali e politici (retorica) sia di temi teoretici astratti (dialettica). Platone si dichiara un “filosofo”, perché non “sapiente” ma “amante della sapienza”. La filosofia trae dalla dialettica la sua essenza intrinseca (il dialogo tra due interlocutori che mira alla sapienza), dalla retorica il suo medium (la scrittura) e la persuasione, finalizzandola però alla ricerca della verità. E’ meglio qui lasciar parlare Giorgio Colli:

“Platone dal canto suo è dominato dal demone letterario, legato al filone retorico, e da una disposizione artistica che si sovrappone all’ideale del sapiente. Egli critica la scrittura, critica l’arte, ma il suo istinto più forte è stato quello del letterato, del drammaturgo. La tradizione dialettica gli offre semplicemente il materiale da plasmare. E neppure vanno dimenticate le sue ambizioni politiche, qualcosa che i sapienti non avevano conosciuto. Dall’impasto di queste doti e di questi istinti sorge la creatura nuova, la filosofia. […]. La “filosofia” sorge da una disposizione retorica accoppiata a un addestramento dialettico, da uno stimolo agonistico incerto sulla direzione da prendere, dal primo presentarsi di una frattura interiore nell’uomo di pensiero, in cui si insinua l’ambizione velleitaria alla potenza mondana, e infine da un talento artistico di grande livello, che si scarica deviando tumultuoso e tracotante nell’invenzione di un nuovo genere letterario.”

Dunque, alla fine occorre fare una “summa”, ovvero chiarire quello che è il filo logico che soggiace alla trattazione del problema generale: “la nascita della filosofia”. Prima bisogna chiarire il quadro, la cornice interpretativa, entro cui si svolge la trattazione, che si può riassumere nella tesi secondo cui la filosofia è la combinazione letteraria, realizzata da Platone, dei due prodotti finali (dialettica prima e retorica poi) del lungo processo di umanizzazione e mondanizzazione dell’agonismo enigmatico-sapienziale-misterico-mistico che vedeva originariamente confliggere l’uomo e il dio (Apollo, Dioniso). Bisogna chiarire anche il presupposto interpretativo: si può dire che Colli, per risolvere il problema sollevato, prende in esame tutte le diverse incarnazioni dell’idea di “logos” che si sono avvicendate nel corso del tempo; in particolare quelle che fanno capo alla sapienza antica, alla dialettica, alla retorica e alla filosofia.



“I sapienti di questa età arcaica, e l’atteggiamento durerà sino a Platone, intendevano la ragione come un “discorso” su qualcos’altro, un “logos” che appunto “dice” soltanto, esprime una cosa differente, eterogenea.”



Dalla sapienza antica, in cui il rapporto uomo-dio si articola mediante un linguaggio enigmatico (“logos”: enigma, “pròblema”, che esprime la “frattura metafisica” tra uomo e dio), si passa allo scontro tra due divinatori (Calcante e Mopso). In seguito, la dialettica intacca il primato dell’agonismo sapienziale antico, mantenendo, in primis, un certo equilibrio tra la sfera positiva del divino (sapienza antica) e quella negativa dell’umano (dialettica); successivamente però l’agonismo si umanizza e mondanizza pressoché totalmente, quando già la dialettica è diventata retorica con Gorgia. Platone, come suddetto, combina virtuosamente retaggi diversi tramandati dal passato, quali la dialettica, la retorica e la sapienza antica. Quest’ultima viene assurta dal filosofo a ideale da riabilitare e a cui improntare il proprio stile di vita filo-sophico (“amante della sapienza”).



                                                                                                                                      Ugo Giarratano

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